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lunedì 16 settembre 2013

Da “Paris, Texas” a “Paris, Hilton”. The Bling Ring.

Che cos’è che vogliamo?

SLEIGH BELLS E LOUBOUTINS!

E quando le vogliamo?

GIà NEI TITOLI DI TESTA!

Ah, Sofia.
Sofia Sofia Sofia. (E qui l’autrice scuote il capo fissando il pavimento, NdR)

Sofia mia, se in questo momento mi trovassi davanti a te, il discorso che mi uscirebbe di bocca sarebbe pari pari il testo di “Bella senz’anima”.
Oppure no, pensandoci meglio. Che non sia proprio io a darti l’idea di farne una cover electro-indie: Casablancas al posto di Cocciante, sullo schermo un’adolescente che si siede su quella seggiola e poi si spoglia come sa fare lei e via, anche per il prossimo film siamo a posto.

Sofia. Di cosa ci parla Cocciante?
Della fine di un amore. E come finisce un amore?
Nei tuoi film, con uno sguardo che si posa annoiato sullo skyline di Tokyo con gli Air in sottofondo.
Ma d’altra parte i tuoi film sono solo un insieme di pretenziose puttanate. E quindi ora te lo spiego io, come finisce un amore nella vita reale.
C’è Cocciante, ovvero io, che si innamora. Della Bella Senz’Anima, che poi saresti tu. Ti vedevo anche bella, capisci? 
L’amore è irrazionale, si sa. Specie se ci si innamora in così giovane età: a 15 anni, dammi una Lux Lisbon, una cameretta frou frou e una “Playground Love” e sarò tua per sempre. 


Poi però si cresce, Sofì.
E allora inizia la seconda fase: all’ ”Amore è cieco” subentra il “Sì, potrebbe in effetti essere una cagna maledetta…però cambierà”.


Il che si traduce, negli anni, in indulgenti recensioni tipo:
- Beh, Bill Murrey era straordinario! E poi che tocco di classe, quel “Sometimes” sotto la pioggia, eh? (2003)  
    - Ma dai, le All Stars tra le scarpette di Marie Antoinette! Cioè, hai capito che anacronismo pregno di significato? Ci sta dicendo che tutti gli adolescenti della storia si trovano ad affrontare gli stessi identici problemi, che vivano nella Versailles del ‘700 o nella Scampia degli anni zero! (2006) 
- Eh…insomma…dai, alla fine…Ten decisions shape your life, you’ll be aware of five about. (2010)

Ora. Persino una Bella Senz’Anima, se minimamente furba, arriva a capire il concetto di “Do ut des”: io ho dato, Sofia. Per tutti questi anni, ho dato soldi, pazienza, comprensione e persino cecità fasulla davanti a certe scene che lasciamo perdere o mi prudono le mani.

Nella diapositiva, un esempio di scena che fa prudere le mani.

E veniamo a te: non era forse arrivato il momento di darci un bel film?
Ho detto “Bello”? Chiedo scusa, ho esagerato. Facciamo “Decente”? “Sensato”? “Con una minchia di qualsivoglia trama”?
No. Dopo mesi di hype, tu ti ripresenti con “The Bling Ring”.
Ovvero, un trailer smarmellato su 90 minuti. 90 minuti di Miu Miu, Chanel, Louboutine, furti, Paris Hilton, una mezza pole dance, adolescenti borghesi che sniffano cocaina per manifestare il proprio senso di disagio verso una società superficiale e priva di punti di riferimentoCRISTO.

E no, sulla recitazione di Hermione non sprecherò una parola.

 "Niente, eh? Vabbè stellì, famo così: inventate qualcosa con 'sto palo 
e ce ne andiamo tutti a casa, su."


Mettiamola così: “The Bling Ring” è un porno.
E se chiedete a uomo di recensire un porno, probabilmente l’unico commento che otterrete sarà “Beh, ha funzionato”.
“The Bling Ring” è la stessa cosa, esiste solo ed esclusivamente per funzionare. Ho voglia di comprarmi un paio di scarpette, dopo la visione? Si, cazzo, si! Anche due! Anzi, voglio entrare di straforo in casa della Ferragni e fare razzie! E si, lo so, la Ferragni è quello che è. Ma in Italia questo passa il convento.



Però, Sofia, questa è pornografia. L’amore è un’altra cosa.
E da Cocciante è un attimo che passiamo a Masini:
per questo ti saluto, Bella Stronza.



lunedì 10 giugno 2013

"Thank you for being so not italian". The Butterfly Room.

video

Immaginate di presentarvi a un appuntamento al buio, ok? Siete reduci da mesi di delusioni, grandi aspettative che sfociano immancabilmente nel fail, amori storici che non sapete più come giustificare nemmeno a voi stessi. Insomma, a questo  incontro a scatola chiusa ci arrivate comprensibilmente già con il cinismo a fior di labbra.
E invece vi trovate davanti Megan Fox: una Megan Fox che si rivela esteticamente perfetta già dal primo frame. Che in più sfoggia una sceneggiatura degna di quei pervertiti degli asiatici. E un citazionismo horror che vi emoziona tanto da farvi perdere per strada la metafora.


Questo è "The Butterfly Room": l'ultima opera dell'italianissimo (ho controllato tre volte, non ci potevo credere) Gionata Zarantonelloun fiore cresciuto sull'asfalto e sul cemento, tanto per riabbassare subito il livello del discorso.
Zarantonello sembra mettere le mani avanti già con la scelta del cast: una specie di Trivial horror che vi farà saltellare come groupie, se avete sui 30 anni e amate il genere.
E se invece vi lascia indifferenti…gesù, che triste adolescenza avete avuto.
C'è chi ha ucciso Laura Palmer, c'è la Nancy di Freddy Krueger, c'è la Jennifer che non andava violentata, c'è persino un cameo del papà dei Gremlins.
E, su tutti loro, regna Barbara Steele alias Ann.


Ann è una signora d'altri tempi: elegante, posata, introversa. Che nel tempo libero coltiva in egual misura entomologia e rapporti morbosi con ragazzine preadolescenti.
Hobby diversi, che mirano allo stesso obiettivo: imprigionare la bellezza e legarla a sé per sempre.
Ma no, non stiamo parlando di una milf promiscua e particolarmente intraprendete: quello che Ann vuole - o piuttosto pretende - è esclusivamente affetto. Quell'affetto assoluto e bisognoso che ogni bambino nutre per chi lo accudisce. Perché col cavolo che di mamma ce n'è una sola: se Ann decide che sei figlia sua, non c'è proverbio che tenga.
E così, attraverso un montaggio in stile "Memento", oscilliamo di continuo tra passato e presente per arrivare a conoscere tutte le vittime dell'ossessione di Ann: Dorothy, Alice e Julie. Chi si salva e ci lascia le penne, lo scopriremo solo più avanti.


Tutta la faccenda, già abbastanza malata di suo, si fa ancora più ambigua grazie alla figura di Alice - unica ragazzina che, nell'ossessione di Ann, non gioca tanto il ruolo di vittima quanto quello di complice.
Alice, infatti, lo fa un po' di mestiere: è una specie di escort che vende affetto a tempo determinato a madri rimaste sole. Ed è proprio lei ad adescare la sua carnefice, con tutta malvagità che solo i marmocchi sanno avere. 
Sorriderà ancora per poco.
La disperazione femminile in ogni sfaccettatura, insomma: questo sembra essere il vero topic del film. Tant'è che nella famosa stanza delle farfalle non entriamo se non sul finale; e anche se sappiamo benissimo che dentro non ci troveremo solo insetti sotto vetro, la scena fa comunque la sua porca figura.
Mettiamola così: la prossima volta che userete il classico "Sali a vedere la mia collezione di farfalle?", non stupitevi se anziché un garbato rifiuto riceverete un'ordinanza restrittiva.



martedì 4 giugno 2013

Shoes I’d Like to Fuck. 20 anni di meno.


Mia madre, oltre a sapere i nomi dei colori più assurdi – tipo il color avio e pervinca – e a fare la parmigiana di melanzane migliore del pianeta, conosce tutta una serie di massime che mi ha gentilmente passato: “sette ore un corpo, otto ore un porco”, “defecatio matutina bona quam medicina, defecatio meridiana neque bona neque sana” e la mia preferita, “fritta è buona anche la merda”.
Ecco, vorrei soffermarmi sull’ultima, e adattarla al film di oggi. Un film francese. Ambientato a Parigi. Con la moda e le riviste di moda francesi. Insomma, la Francia è il fritto. Che si tratti di dolcetti, moda, festival del cinema, Oltralpe fanno bene quasi tutto: si pigliano una modella umbra dall’accento marcato e la trasformano in diva internazionale. Si accattano una piemontese gonfia di botox, che potrebbe tenere corsi di laurea su “Come darla via traendone un profitto che manco il PIL di un piccolo paradiso fiscale”, e la trasformano in Première Dame. Ci liberano di attori diventati famosi per pubblicità di gelati bi-gusto, che si innamorano di francesi dai denti storti e si trasferiscono in un lampo a Parigi, liberando il suolo patrio della loro presenza.
I cugini sanno fare pure le commedie leggere, tipo “Una cena tra amici”, tanto per dirne una. E tipo “20 anni di meno”.
In sostanza. Prendete una trentottenne Kate Moss un po’ più alta, e fatele avere la vita dei sogni di tutte noi: ex marito rock-star genere Gainsbourg, lavoro come direttrice di affermata rivista di moda, appartamento gigante nel – a occhio – sesto arrondissement; guardaroba strepitoso e fisico per portarlo. Insomma, una che odiereste, se non fosse che è una poraccia che non fa altro che lavorare come una stagista di un’agenzia di pubblicità, senza l’ombra di una relazione e che deve pure sopportare i tentativi della sorella di farla accoppiare con brutti ginecologi. Come se non bastasse, una nuova collega, molto più giovane, tenta in tutti i modi di farle le scarpe, e anche con buoni risultati.
Perché mai un ventenne dovrebbe volersi fare una così?
Alla nostra Katè non rimane che approfittare di un equivoco e fingere di essere una milf che farebbe impallidire tutte le mamme di Stiffler che imparano quanto possano essere divertenti le nuove tecnologie caricando i loro video su youporn.
Quindi, mentre noi ammiriamo scarpe e vestiti che non potremo mai permetterci, lei si innamora del suo giovanissimo finto-poi-vero-amante, che ha – indovinate un po’ – 20 anni in meno, rivoluziona la sua vita, viene licenziata e scrive un libro.
E qui potremmo fare tutto un discorsone sul fato, sui piccoli fatti che cambiano il corso di una vita e sull’ineluttabilità del destino, su come, da tipico schema proppiano, la mediazione porti poi al consenso e alla ribellione dell’eroe, e via così fino a ristabilire un nuovo equilibrio. 
20 anni di meno. Locandina alternativa.
Potremmo. Ma non ci serve mica Propp per capire che questo film è praticamente una favoletta. Però è una favoletta con i titoli di testa fatti come le copertine delle riviste di moda, le louboutin e un giovane protagonisti che, come anni di attori francesi ci hanno insegnato, non è bello ma ha fascino. E le louboutin, lo so che l’ho già detto, ma voglio ribadirlo, perché “cosa sono la fotografia, la trama e la recitazione quando in cambio ti danno le scarpe”.
 

mercoledì 1 maggio 2013

My body's saying let's go / But my heart's saying no, no. The Lords of Salem.

Si, ho usato un verso di Christina Aguilera come titolo di un post su Rob Zombie. E, dopo aver visto "The Lords of Salem", sono definitivamente convinta che Rob apprezzerebbe la scelta.
Non perdiamo troppo tempo con la trama - l'avete visto "Rosemary's baby"? Ecco: quello, scritto sotto LSD e con le streghe al posto dei satanisti. 


Andiamo dritti al punto: questa è la recensione più sofferta che abbia mai scritto. Perché ieri sera sono uscita da quella sala combattuta come un leghista fatto di Viagra di fronte a un'extracomunitaria fatta di Roipnol. Una doverosa premessa: trovo che Captain Spaulding sia uno dei personaggi più adorabili nella storia del cinema, "Hellbilly Deluxe" è stata la colonna sonora dei miei vent'anni e la vita di Sheri Moon rappresenta per me il massimo dell'aspirazionalità. Ora, la morale che potreste cogliere da questa premessa è che ogni scarrafone è bello a mamma soja. E, nel coglierla, sareste parecchio sagaci.
Il 60% di questo film vi mostrerá streghe torturate, processate e arse vive, che nemmeno in punto di morte rinnegheranno la fede nel maligno e bla bla bla. Io adotterò la stessa filosofia: non affermerò mai che questo film sia una cagata pazzesca - un po' perché proprio non ce la faccio per questioni affettive, e un po' perché in fondo non sarebbe nemmeno del tutto vero. Scrisse mordendosi il labbro nervosamente. 
Perciò facciamo così: procediamo per sottrazione. Qui vi parlerò solo degli aspetti positivi del film e poi giudicherete voi stessi, se vi sembrano abbastanza per sborsare nove euro e condividere per un'ora e mezza la sala con sedicenni visibilmente - e rumorosamente - fan dei White Zombie.

1) Colonna sonora

In breve, perfetta. Non per niente è curata da John 5, il che per un'ex adolescente cresciuta a pane e Marilyn Manson è davvero un colpo basso. Rob conosce i suoi polli, è evidente: la melodia maledetta da cui parte tutta la storia finisce dritta dritta nella playlist di ogni amante dell'industrial. Spettacolare il finale apocalittico con voce di Nico in sottofondo - una scena che forse da sola vale l'intero film.

2) Blasfemia a gogò


E di quella che fa ridere anche un cattolico - forse. C'e il prete che promette la salvezza eterna in cambio di un semplice pompino, ci sono le statue di santi che si masturbano, e come tocco finale c'è Sheri Moon in versione Maria ma decisamente poco Vergine. Potrebbe sembrare tutto oltremodo offensivo e pesante, se non fosse che Rob aveva saputo farci divertire anche di fronte alle torture della famiglia Firefly. 
Figuriamoci di fronte a un Satana basso, pelato e obeso che ingravida l'elettaE i riferimenti estetici a Silvio sono così evidenti che mi aspettavo un "Era solo burlesque" dopo l'amplesso malefico.


3) Varie ed eventuali
Scenografia da dieci e lode; fotografia meravigliosamente anni '80; Sheri Moon che insegna che certo, per le rughe c'è poco da fare, ma guardate che glutei si possono conservare anche a 40 anni.

4) ...
Sono certa ci sia qualcos'altro che mi é piaciuto, anche se al momento non mi sovviene. Ma dipende solo dal fatto che ho scarsa memoria. 
Perché, come ho già detto, questo film non è mica una cagata pazzesca.

martedì 23 aprile 2013

Contratto di cornificazione a progetto. Something borrowed

Quando avevo 15 anni, avevo una “simpatia” con cui è durata circa 3 settimane. 21 giorni in cui lui mi mise le corna 7 volte. SETTE. Io, in 21 giorni, riesco a malapena a fare dei pasti completi per 7 volte. Potenza del tradimento.
Lui, lei, l’altra. Tocca a tutti prima o poi. I migliori di noi hanno interpretato tutti e 3 i ruoli. Imparare a gestire il tradimento è una cosa che tutti dovrebbero saper fare. E proprio qui ci torna utile questo film, cui sono arrivata dopo aver letto il libro da cui è tratto. Il film riesce in una cosa che al suo equivalente cartaceo manca: farci odiare la legittima consorte con una convinzione che ci spinge ad augurarci che i due fedifraghi copulino davanti ai suoi occhi. Ma andiamo con ordine.
Rachel e Darcy sono migliori amiche da sempre. Rachel, Ginnifer Goodwin, è seria e mora, Darcy, Kate Hudson, è bionda e femmina alfa. Vanno a New York, la prima per frequentare la scuola di legge, la seconda perché è New York. A scuola Rachel incontra Dex. Si piacciono e diventano amici. Ma Rachel è scema, Dex uomo ergo pigro, e Darcy gliela tira con la fionda, quindi lui si fidanza con la bionda piuttosto che faticare per quello che realmente vorrebbe. E qui abbiamo il primo teorema Venditti: come fanno le segretarie con gli occhiali a farsi sposare dagli avvocati? Stanno lì. Zero sbattimento.
Alla festa a sorpresa per i 30 anni di Rachel, Darcy finisce a casa ubriaca, e Dex finisce dentro le mutande di Rachel. Loro iniziano la tresca, già che c’è anche Darcy ne inizia una, e si va avanti così fino a quando Dex manda all’aria le nozze e si mette con l’amante.
Prima di tutto, una precisazione: no. Non si va con l’uomo della tua migliore amica. Un uomo si può tradire, un’amica no. Meriti di stare sola per sempre. Se i maschi hanno “bros before hos”, noi dovremmo avere “chicks before dicks”.
Detto questo, perché dovrebbe interessarci un film ben lontano dall’essere un capolavoro? Perché è un bignami sulle corna versione basic.

IL PESCE PUZZA PURE QUANDO È FRESCO. Dex è il ritratto del bravo ragazzo: ha le fossette e sembra pulito come se fosse appena uscito dalla piscina della casa di una pubblicità di Ralph Lauren. Ma quando si tratta di corna il bravo ragazzo è uguale al cattivo. Non importa se vi promettono cani, gatti, bambini e case in campagna. L’unica cosa che dovete fare è chiedere al capo cantiere di alzare a sufficienza le traverse delle porte. E ringraziarlo in natura.

LA MELA NON CADE MAI LONTANO DALL’ALBERO. Rachel e Dex erano compagni di corso, e sono entrambi avvocati. La simpatia di cui parlavo all’inizio mi ha fatto buona parte delle corna con alcune sue compagne di liceo. So di storie nate prendendo gli stessi mezzi pubblici, frequentando la stessa palestra o lo stesso posto di lavoro. E qui c’è il secondo teorema Venditti: come fanno le segretarie con gli occhiali a farsi sposare dagli avvocati (sì, ancora loro)? Stanno lì. Si desidera quello che si vede. Anche la più racchia dopo un po’ acquista fascino a forza di trovartela sempre davanti. Jude Law e la baby sitter. Non dico altro.

LA GENTE È SCEMA SOLO QUANDO SI TRATTA DI ANDARE A VOTARE. Quando si tratta di farsi i cazzi altrui, le persone diventano potenziali candidati per un dottorato al MIT. Ethan, amico di Rachel, sgama la tresca senza che lei gli dica assolutamente nulla. È il linguaggio verbale. Il corpo tradisce due volte. Invece andare in giro da soli sfiorandosi le mani, come capita ai due amanti quando i genitori di lui li scoprono, è linguaggio dell’idiozia. In sostanza, evitate di limonare se c’è gente nei paraggi. E negate. Sempre. Non ci vuole una laurea al MIT per capirlo.

SI CHIAMANO ALTARINI, NON CRIPTINI. Alla fine vengono sempre fuori. Anche dopo che la storia è finita (v. quello delle 7 volte). La fiducia è un po’ come i buoni propositi di uno a dieta di fronte al buffet dell’aperitivo: basta una nocciolina a farli crollare. Una donna che sospetta è un agente segreto al servizio di Sua Maestà. In questo aiutata dalla stupidità maschile nel lasciare indizi. Persino i più bravi, che cancellano tracce e messaggi da case, computer e telefoni, dimenticano il fatto più importante: anche l’amante ha un telefono. Su cui loro non possono mettere le mani.

Però devo aggiungere una cosa. Se proprio volete conoscere lo stato dell’arte del tradimento, il mezzo di comunicazione cui rivolgervi non è il cinema. È questo.

giovedì 18 aprile 2013

All you can kill. Dead Sushi


Il tutto è più della somma delle parti. Lo dice la psicologia della Gestalt, lo dicono piatti come le lasagne. E lo dice questo capolavoro di cui oggi vi parlo. Perché tutti i singoli elementi di puro genio che lo compongono, insieme danno vita al genio universale. Un film che parla di sushi assassino. Mi viene da piangere per la gioia, al pensiero di quanto in là può spingersi il mirabile intelletto umano.
Ma torniamo al genio. Che è evidente fin dalla trama. La protagonista, Keiko, è la figlia di un sushi chef stronzissimo. In pratica le dice che, essendo donna, contamina col suo odore il sushi, e quindi quello che cucina fa cagare. Lei scappa, e trova lavoro come cameriera in un albergo-ristorante. Nei pressi dell’albergo gira un barbone, che è un ex-ricercatore di una grossa casa farmaceutica. In sostanza lui ha inventato un siero capace di riportare in vita gli animali. L’unico effetto collaterale è che le bestioline diventano esseri assetati di morte. Quando nell’hotel capitano i capoccia della casa farmaceutica, il barbone decide di vendicarsi, e inietta il siero nel sushi. Da qui in poi è una lotta all’ultimo sangue per la sopravvivenza, col sushi violentissimo da una parte e gli umani dall’altra.
Fossi in voi, interromperei la lettura qui (scherzo) e mi cercherei un bel link per lo streaming (lo trovate sottotitolato in inglese). Ma siccome so che state ancora leggendo, vi snocciolerò le perle che il regista, Noboru Iguchi, ha lanciato a piene mani nella pellicola.
Come, tanto per iniziare, il bacio alla giapponese. Lo so, voi conoscerete quello eschimese, che si dà con le ciglia, o quello francese, che vabbè lo sanno anche i muri. Ma quello giapponese, che i due amanti si scambiano passandosi un rosso d’uovo crudo da una bocca all’altra, lo avevate mai visto?
Poi c’è la coltellofobia, psicosi di cui soffre l’ex-chef dell’albergo poi diventato giardiniere.
C’è Keiko che si allena a preparare il sushi insieme al padre indossando delle catene ai polsi, roba che, se siete nati negli anni ’80, avete visto fare solo a Mimì Ayuhara durante gli allenamenti di pallavolo.
C’è il sushi nasale, e la dinamica è troppo complessa da spiegare, ma sappiate che a un certo punto del film, voi vedrete un nigiri che, al posto della fettina di tonno, ha un naso di uomo.
C’è l’evoluzione della pioggia dorata, ossia la pioggia insanguinata, che secondo me R Kelly sta già in fibrillazione all’idea di provarla.
C’è il barbone che, spinto dalla fame di vendetta, ingurgita del sushi infetto per rinascere sotto forma di tonno gigante, che per tagliarlo più che un grissino serve una katana di Hattori Hanzo.
Non dimentichiamo l’arma del futuro, il sushi-nunchaku con cui la protagonista combatte in uno degli scontri finali.
Ci sono ovviamente i vari pezzi di sushi killer, che azzannano, entrano nei corpi umani passando dalla patata, si accoppiano tra loro selvaggiamente, e crescono a dismisura fino a dar vita a una sorta di astronave-uova di salmone dotata di cannoni funzionanti.
Ma la parte del leone spetta a lui, la star, il nigiri-frittata. Lui che è come noi, vittima di bullismo da parte dei sushi-pesce che lo considerano un sushi di serie B (bullismo verso il sushi. Vi rendete conto?).
Lui che quando sente l’ex-chef fare una puzzetta, finge di svenire per l’odore. Lui che canta, e pure bene: una pallocca di riso con un pezzo di frittata sopra che CANTA, Dio mio. E lui che, prima di compiere l’estremo sacrificio per salvare Keiko, la bacia sulla bocca in un momento denso d’emozione.
Leonardo Di Caprio, scansète.

martedì 16 aprile 2013

Kiss, kiss Molly’s lips. Uptown Girls.

Tanto per iniziare bene, vi butto lì tre-quattro ragioni per cui questa “commedia” ridurrà il vostro bel faccino a un ammasso informe di lacrime, occhi gonfi e naso da Rudolf La Renna:
- Brittany Murphy qui era giovane, bellissima e ora è morta;
- Dakota Fanning ora è il sex symbol della comunità indie, ma voi siete così vecchi da ricordarvela com’era in questo film;
- nella storia – e nel nome - di Molly non potrete non cogliere riferimenti a Frances Bean Cobain e al suo defunto padre (e se non li cogliete, tranquilli: tornate pure ad ascoltare Gigi D’Alessio, qui per voi non c’è niente da vedere);
- bramerete disperatamente la casa di Molly – che trasuda “Live through this” in ogni cm quadro – ma non potrete mai permettervela. 

Ora che ho messo le mani avanti, facciamo un passo indietro.
“Uptown Girls” è molto più di una canzone dei Westlife (e non fate quelle facce: lo so, che la conoscete anche voi). È una piccola, strana e pressoché sconosciuta perla nell’oceano del chick flick. Con una colonna sonora di tutto rispetto, tra l’altro. In sintesi, è il film che potrebbe girare Sofia Coppola se non fosse una figlia di papà che non ha alcun bisogno di girare film commerciali. Pretenziosa figlia d’arte che non è altro. La amo poi la odio poi la apprezzo.
Ma torniamo a noi: Brittany Murphy. Probabilmente i più la ricordano solo per “Ragazze a Beverly Hills”. Ovvero così:


Ecco, questa sfortunata e bravissima attrice merita di essere commemorata meglio. Perciò guardatevi “Uptown Girls” e preparatevi ad ammirare il Before-After più riuscito della storia.


Qui Brittany ci racconta la storia di Molly, ricca erede di rockstar tragicamente scomparsa. La sua vita si divide bellamente tra feste, amori disgraziati e dolce far niente, finché una truffa le fa perdere tutto: casa, soldi e persino le chitarre del padre. Così per sopravvivere Molly si ritrova a dover fare una cosa orribile: lavorare. Nello specifico, lavorare come baby sitter di Dakota Fanning. 

E qui vorrei sottolineare che in questo film Dakota Fanning era ancora in età da baby sitter. Era il 2003. Dieci anni fa. E voi eravate già adulti. Piangete con me.
E niente, come prevedibile lo scontro con la dura realtà farà maturare la nostra protagonista, che in Dakota rivedrà se stessa e la famiglia che non ha mai avuto ecc. ecc.
La trama certo non brilla per originalità, ma è messa giù in modo così – dio mi perdoni per il termine che sto per usare – cute, da risultare adorabile.
Sempre che siate cresciute ascoltando le Hole e sognando di essere Lux Lisbon, ovvio.

giovedì 11 aprile 2013

Una tortura: dentro e davanti lo schermo. Gut.

Thriller, splatter, snuff, horror sci-fi, e potrei continuare ancora: ciò che mia nonna definisce "Film dell'orrore", racchiude in realtà una miriade di sotto-generi diversissimi tra loro.
E pensate che soddisfazione, per un regista, poter addirittura inaugurare una di queste micro-categorie. Per cui, stringiamo una mano virtuale a Elias: perché con il suo "Gut" ha  ufficialmente creato un genere horror nuovo di zecca: la Meta-tortura.

Peccato che alla domanda "Ne avevamo davvero bisogno?", il pubblico risponderebbe "Ma col cazzo!".
Il motivo è presto detto, basta dare uno sguardo a ciò che intendiamo con "Meta-tortura": horror che mira a ricreare nello spettatore la stessa sofferenza mostrata sullo schermo. Esempio: mentre i protagonisti del film muoiono dissanguati per mezzo di strumenti chirurgici, lo spettatore muore di noia per mezzo di un montaggio che persino Terrence Malick definirebbe "lento da far schifo".
Gli ultimi venti minuti li ho guadati skippando una scena su tre, e ciò nonostante ho invocato i titoli di coda come una vittima stremata invoca il colpo mortale. Per dire.

Ogni lunghissimo minuto di "Gut" evoca l'immagine di Elias che sogna recensioni alla "Most disturbing movie of the year!".
E qualche recensione del genere l'ha anche ottenuta, per cui occhi aperti: non cascateci. Se davvero siete gente di ferro e volete mettere alla prova stomaco e psiche, guardatevi questo o questo. Magari chiederete una seduta extra al vostro analista, ma ne sarà valsa la pena.

Ma torniamo a "Gut". Se proprio dobbiamo. In una delle poche review positive leggiamo: "Gut is the quietest, most introspective film about snuff films you will ever see". Ecco. Come dire "Il porno più morigerato di fronte a cui vi masturberete quest'anno".
La morale del film sembra essere: diffidate della routine, vi trasformerà in sadici voyeur prima e torturatori poi. Tom e Dan sono superamici e colleghi, solo che tra famiglia e lavoro si annoiano parecchio (si, qui la noia è proprio il laitmotive di tutto). Un giorno uno dei due riceve uno strano dvd per posta: si tratta di uno snuff, che mostra una donna squartata in diretta. Il tipo pensa bene di condividere la visione con l'amichetto, e di colpo entrambi si ritrovano ossessionati dal filmato ecc. ecc. Non faccio spoiler per educazione, ma fidatevi: dopo mezzora avete già capito come finisce la faccenda.
Di base, con voi che chiedete indietro i soldi del biglietto.


lunedì 8 aprile 2013

Senza cerchietto la stessa non sei più. Blair Waldorf vs Leighton Meester.

Nella vita, se Dio vuole, tutto scorre. Altrimenti io non sarei qui a scrivere e voi non sareste qui a leggere: avremmo tutti allegramente imitato Mr Cobain prima ancora di arrivare all'esame di maturità.
Ci sono tuttavia due-tre decisioni, che segnano l'intero corso della nostra esistenza e da cui è difficile, se non impossibile, tornare indietro. Decisioni che stipulano legami di ferro e che trasformano qualcun altro nel nostro sidecar personale: la decisione di sposarsi, la decisione di mettere al mondo un figlio e la decisione di interpretare un personaggio di una serie TV. Serie TV che, se proprio vi dice male, avrà un successo planetario.
Non devo starvi a spiegare il perché: Alexis Bledel per noi sarà sempre e solo Rory Gilmore; Shannon Doherty potrà fare tutti gli shooting osé del mondo, ma resterà Brenda Walsh finché campa. E per tutti i dettagli sulla "Maledizione Dawson", andatevi a riguardare James Van Der Beek in Don't trust the bitch in Apartment 23.
Ogni attore invischiato in un serial conosce benissimo il destino a cui va incontro. Tuttavia, arrivato in genere alla terza stagione, si ritrova a dire a se stesso "Hey, devo battere il ferro finché è caldo! Potrei raddoppiare il mio conto in banca, se ci provassi anche col cinema!". E in genere dicendosi queste cose pensa alla carriera di Jennifer Aniston. Ora, se il povero attore non avesse accanto a sé un agente succhia-soldi ma un vero amico, arriverebbe forse a capire che la carriera di Jennifer Aniston è una merda. Ma gli attori americani devono essere le persone più sole al mondo, ed è così che ci ritroviamo sullo schermo film come "The Roommate" e "Scusa ma mi piace tuo padre"

Ecco, qui vorrei aprire una parentesi: dovete capire che alle spalle di chi scrive ci sono anni di Gossip Girl - guardato per due uniche ragioni, fifty-fifty: Chuck Bass e gli outfit di Blair Waldorf. Per cui, si: ero consapevole che le pellicole citate si sarebbero rivelate una delusione. Ma no: ciò non è bastato a dissuadermi dallo streaming, ché magari ci scappava un cerchietto carino o una gonna di Stella McCartney. Invece niente: ho imparato a mie spese che è inutile cercare la Blair nella Leighton.
E adesso vediamo nel dettaglio come Miss Meester è riuscita a fallire tanto nel thriller quanto nel chick flick.

"The Roommate" 


Allora, l'avete visto "Inserzione pericolosa"? Non accetto "No" come risposta. L'ABC della pazzia femminile è dato dalla triade "Inserzione pericolosa" (pazzia da amica), "Attrazione fatale" (pazzia da amante) e "La mano sulla culla" (pazzia da madre). Se volete frequentare una donna e sperare di uscirne vivi, vi conviene imparare a memoria questi tre cult.
Ad ogni modo: "The Roommate" È "Inserzione pericolosa". Scena per scena: se là c'era il cane, qui c'è il gatto; se là eravamo a NY, qui siamo a L.A. E se là guardavano un bellissimo thriller, qui no.
In sintesi, Leighton è un'universitaria squilibrata che sviluppa un'ossessione verso la propria compagna di stanza, e cerca di eliminare chiunque possa ostacolare la loro amicizia. Fine. Notare la totale assenza di stile da Upper Est Side, sebbene entrambe le protagoniste studino fashion design: oltre al danno, la beffa.
 

"Scusa ma mi piace tuo padre" 
La sensazione predominante che si prova guardando questa commedia romantica è questa:


Ovvero: disagio da linguaggio cinematografico errato. Dalla trama di "Scusa ma mi piace tuo padre" poteva nascere un film drammatico da Oscar, di quelli che vi fanno piangere per ore e odiare la vita per settimane; invece è nata una commedia senza senso, che vi farà odiare la decisione di aver premuto Play.
In pratica, Leighton è l'ex miglior amica della protagonista; le due si sono allontanate crescendo, poiché l'una è timida e grassa e l'altra, appunto, è Leighton Meester. Arriviamo agli anni del college: la protagonista brutta vive ancora con i suoi, la protagonista bella torna a casa per il Ringraziamento. Rivede il padre della brutta, si innamora, lo seduce, distrugge completamente la famiglia dell'ex amica. Non c'è lieto fine. 

Ora, ditemi voi dove sarebbe la commedia. Certo è possibile, interessante e arguto, l'esperimento di prendere un dramma e raccontarlo con ironia. Se siete Woody Allen, però. Altrimenti, se state girando questo film solo perché è il momento d'oro di Blair Waldorf, sarebbe meglio restare sul tradizionale, smarmellare e sperare i fan di Gossip Girl siano così cretini da pagare il biglietto.

Ah, e naturalmente anche qui lo stylist doveva essere Bocelli: diciamo solo che mi auguro vi piacciano i maglioni monocromatici e sformati, perché per un'ora e mezzo saranno gli unici indumenti che vedrete.

martedì 2 aprile 2013

L’attesissimo ritorno di Casper Van Dien. The Pact

da: samuelsilbermann@ustalentagent.com
a: caspervandien@gmail.com
oggetto: figata!!!!!

Chi è il tuo uomo? Chi è il tuo uomo? Ma sono io Casper bello! E perché lo dico? Perché ho agguantato un copione che è fatto apposta per te. Il film si chiama “The Pact”. Roba di spiriti, donne uccise… insomma, perfetto per intortare un pubblico giovane. Io ho detto che ci avresti pensato, ma so già che mi dirai di sì, vero? 


da: caspervandien@gmail.com
a: samuelsilbermann@ustalentagent.com
oggetto: calma.

Samuel, che è ‘sta storia? Ma non dicevamo che volevamo fare Checov in qualche teatro off? Io devo dimostrare ai critici che non sono andato alla Florida State University solo per stare nelle confraternite e ubriacarmi!



da: samuelsilbermann@ustalentagent.com
a: caspervandien@gmail.com
oggetto: non facciamo cazzate.

Co’ Checov non ce pago manco una settimana di massaggiatore della mia ex moglie. E fidati che è un bellissimo progetto. Senti che trama: due sorelle tornano nella casa della loro madre in seguito alla morte di quest’ultima. La sorella maggiore arriva prima, e sparisce. Poi arriva la seconda, che in realtà manco voleva andare perché a quanto dice il copione la madre di ‘ste due era una stronza. Insieme alla cugina, che ha in affido la figlia della sorella maggiore, iniziano a cercare di capire dove s’è infilata la loro parente. Però sparisce pure la cugina. Quindi rimane lei con la nipote e col volenteroso sceriffo che indaga. E indovina un po’ chi è il volenteroso sceriffo? Indovina un po’?


da: caspervandien@gmail.com
a: samuelsilbermann@ustalentagent.com
oggetto: a me me pare ‘na stronzata.

E quindi che faccio? Il solito idiota con aria paternalista, che dice minchiate tipo “ho una figlia che ti assomiglia un sacco” per rompere il ghiaccio e stabilire un contatto con la ragazza ribelle e recalcitrante?


da: samuelsilbermann@ustalentagent.com
a: caspervandien@gmail.com
oggetto: ma che hai letto il copione?

Invece tu fai un sacco di cose: mangi il budino alla vaniglia, fai fotografie, tieni in mano una pistola… te l’’ho già detto del budino alla vaniglia? E poi all’inizio sembra la solita stronzata sulla casa posseduta, ma fidati che ci sono dei punti in cui ti spaventi sul serio, la tensione c’è. La musica, il sonoro, il montaggio… e non sono solo gli spettri a essere pericolosi. Pensa che c’è anche l’ex compagna di scuola disadattata che comunica coi morti e che parla come la rana Kermit.
Daiii, per favore. La mia ex moglie ha minacciato di iniziare pure il corso di tennis dalla prossima settimana.



da: caspervandien@gmail.com
a: samuelsilbermann@ustalentagent.com
oggetto: va bene, ma lo faccio solo per il budino.

E se poi la gente non lo guarda? E se i critici mi stroncano? E se tutti fanno raffronti con la mia intensa interpretazione di Tarzan?



da: samuelsilbermann@ustalentagent.com
a: caspervandien@gmail.com
oggetto: vedrai che a ‘sto giro il Wyoming Screen Award non te lo leva nessuno.

Ma scherzi? Sai quante trentenni sceme che si ricordano di te in Beverly Hills 90210 faranno la fila per vederti? Credimi, sarà un successo. E ti prometto che dopo questo ti faccio fare una parte in Hedda Gabler di Ibsen. Hedda, ovviamente.


giovedì 21 marzo 2013

Stavolta i nazisti vincono. Dead Snow

 
Da quando ho memoria, ho sempre sfrangiato a striscioline sottili i coglioni con la storia del nord Europa. E lo stato sociale, e le donne che in Svezia hanno ottenuto il diritto di voto prima che in altri paesi, e la liberalizzazione delle droghe leggere, e il design danese, e la rava, e la fava. Pensate quale gioia mi abbia attraversato il cuoricino quando all’elenco poc’anzi fatto ho potuto aggiungere un film con i nazisti zombi.
Dead Snow, per l’appunto. Film norvegese che oscilla tra momenti di genio totale e momenti di idiozia completa, che spesso – per inciso – coincidono.

DISCLAIMER: io non mi ricordo i nomi in italiano, figuriamoci in norvegese. Per comodità, chiamerò i protagonisti con questo schema: quello/a + caratteristica.

Siamo in Norvegia, durante le vacanze pasquali. Una neve che da noi manco se mettiamo insieme i giorni della merla per 10 anni di fila. Quello Bello, Quello Con Gli Occhiali, Quello Grasso e Quello Inutile decidono di passare un week end nella baita della ragazza di Quello Bello, Sara (lei era facile da ricordare). Ad accompagnarli 3 amiche, Quella Rasta, Quella Platino e Quella Zoccola. Lo scopo, è chiaro fin da subito, è accoppiarsi. Il regista ce lo comunica con sottili metafore, come Quello Con Gli Occhiali che mette la senape sul wurstel in mano a Quella Rasta e robe così.
Ora, io non capisco. I nostri protagonisti sono studenti universitari. Quindi con tutta probabilità vivono in studentati, appartamenti e simili. E non era più comodo organizzare una bella festa a casa e copulare nella comodità della camera, dello sgabuzzino, del bagno, insomma fate voi? Voglio dire, alla fine si va all’università proprio per evitare la camporella o il dover aspettare che mamma e papà non ci siano per un lasso di tempo abbastanza lungo. Perché doversi ficcare in una baita sperduta, dove si arriva dopo tre quarti d’ora di cammino immersi nella neve fino alle ginocchia, fredda ma soprattutto CON LA LATRINA ALL’ESTERNO, che altro che crollo verticale della libido? Anche perché poi il rischio è quello di avere a che fare con i nazisti zombi che vivono nel bosco accanto alla baita. Zombi che, precisiamo, non hanno nulla della frastornata lentezza zombesca che siamo soliti vedere sullo schermo: questi non solo corrono, si arrampicano pure sugli alberi. Ovvio che non ci sia possibilità di uscirne vivi. No, fidatevi, non sto spoilerando. Perché, tirando in ballo Kerouac, come non è importante dove si va, ma il viaggio in sé, così non conta il finale di morte totale, ma il modo spettacolare in cui si arriva a quella carneficina.
Conta la bellezza del sangue rossissimo sulla neve immacolata, contano le budella in ogni dove, conta l’ironia che regna sovrana, conta che questi se magnano e mordono tutto, patata inclusa, e no, non parlo del tubero.
Sì, a volte il film ha dei momenti in cui pare uno spot della Colmar, ma uno spot della Colmar in cui Quello Grasso viene aperto in due come una noce partendo dalla testa, a mani nude, con il cervello che finisce sul pavimento come una frittata girata male. Capite quanta bellezza? Su tutto, 3 scene che meritano da sole il film:

1)    Il massacro che Quello Con Gli Occhiali e Quello Inutile compiono ai danni dei nazisti, dove si spara, si taglia e si ammazza mentre in sottofondo si sente una allegra musichetta natalizia – lo so che è pasqua ma il mio cervello dice così – norvegese.
2)    Quello con gli occhiali che, in seguito al morso di uno zombi e per paura del contagio, si amputa da solo un braccio e se lo cauterizza su un cadavere fumante.
3)    Quella Zoccola che raggiunge nella latrina Quello Grasso, che aveva dichiarato di andare lì per cagare, e decide di farselo a smorzacandela mentre lui è ANCORA LÌ SUL CESSO. Capite? Se lo fa mentre lui sta ancora smollando. E se non trovate raccapricciante questo, io davvero non so cosa altro possano inventarsi.


lunedì 18 marzo 2013

Ho timòre che sia una cagata. Amiche da morire

Era il 1999. Io guardavo abitualmente Mtv. Mariah Carey aveva lanciato il singolo “Heartbreaker”. Io vedevo Mariah Carey, e vedevo i suoi levi’s con la cinta tagliata via. Il mio cervello faceva così: mtv, mariahcarey, levi’s, mtv, mariahcarey, levi’s, mtv, mariahcarey, marta vuoi quei jeans. E insomma, invece di fare come le persone intelligenti e vittime del consumismo, che vanno in negozio e comprano robe fatte da altri, io decisi di operare da sola. Lo feci, e il risultato furono dei pantaloni da cui allegramente spuntava la mia gettoniera. Un orrore.
Questo per dirvi che le persone fanno cazzate. Continuamente. Proprio come questo film. La trama: Olivia, Gilda e Crocetta vivono in un’isoletta siciliana, a giudicare dall’accento che tentano pessimamente di riprodurre. Olivia è sposata col bello del paese, ma teme che la cornifichi. Crocetta lavora in un tonnificio, non trova un fidanzato e porta iella. Gilda fa la prostituta, e in pratica è malvista da tutto il paese. Le tre non hanno in sostanza rapporti tra loro, sennonché, per un caso fortuito, Gilda e Crocetta assistono all’omicidio compiuto da Olivia ai danni del marito, che si scopre essere un rapinatore di banche. Le tre diventano complici, con un milione di euro da dividere e un cadavere da eliminare. Vi ho già detto che Crocetta lavora in un tonnificio, vero? Diciamo che ‘sto film vi farà passare la voglia di scatolette per un po’ di tempo.
Ovviamente, il tutto con la polizia che indaga e il paese che sparla di questa nuova, improvvisa amicizia.
Ma quali sono le cazzate che vi ho anticipato? Beh, anzitutto quella della Capotondi di accettare di recitare qui. Figlia mia, hai fatto questo gioiello qui, come hai potuto accettare un progetto simile? Che non fossi del tutto sana lo sospettavo da quando ti sei messa con Andrea Pezzi, e fosse stato il 1999, mentre io stagliuzzavo i miei jeans, t’avrei stretto la mano, ma ora, ingrassato e con una stempiatura che gli arriva ai talloni, la mano te la meriti in faccia, per svegliarti.
E poi, la Impacciatore e la Capotondi che recitano con la cadenza siciliana non si possono sentire. Viene voglia di soffocarle fortissimo con degli arancini pur di farle tacere.
Ma andiamo avanti. La frase tormentone, manco fossimo a zelig, “ho timòre”, con la o apertissima proprio come fanno i siciliani doc nelle fiction che evidentemente le attrici hanno osservato per preparare i personaggi. Ne avevamo bisogno? No.

I luoghi comuni, tanti e tanti e tanti ancora, che proprio tutti li hanno messi, io mi immagino gli sceneggiatori che controllavano: la matrona del sud cicciona che cucina, celo; la sfigata con la madre invadente, celo; le battute sulle corna col vecchio che muore trombando e tutti i maschi del paese che lo invidiano, celo; le gag tra donne sul sesso, celo; la prostituta dal buon cuore, dentro pure quella.
Una recitazione francamente discutibile, esagerata, come quando uscite con gli amici e bevete, e uno se ne passa, e lì per lì fa pure ridere, ma dopo un po’ chiedere scusa agli sconosciuti per la sua molestia diventa una rottura di palle.
Insomma, cazzate come i canditi nella cassata, per rubare una battuta del film.
Di tutto questo tre cose mi sono rimaste: 

1) La strusciata di minne casual, mossa che, se messa in atto, pare assicurare la servitù e totale capitolazione maschile. 
  
Le tette della Gerini salutano il pubblico in sala.

2) Gli scorci ambientali, col tuffo in quel mare incredibile che le protagoniste fanno verso la fine, che vi fa venire voglia di uscire di corsa dal cinema – come se non bastasse già il film in sé per questo – e andare a preparare una valigia il cui unico contenuto è un costume.

3) Le tette incredibili della Gerini. Dico davvero, guardi il film e l’unica cosa a cui riesci a pensare sono le tette della Gerini e il loro messaggio di speranza: se hanno fatto uscire delle bocce simili a una che ne era quasi sprovvista, allora può succedere tutto, magari anche che la sinistra vinca le elezioni.

giovedì 14 marzo 2013

Era meglio il pezzo delle Spice. Mama.

Farsi la manicure, coccolare il gatto, fissare i muratori fuori dalla finestra: per esperienza personale, sono solo alcune delle attività che potreste intraprendere durante la visione di "Mama" - premurosamente tradotto in Italia con "La Madre". Un horror avvincente, non c'è che dire.

Mi ricordo che una volta, quand'ero molto piccola, i miei genitori ricevettero un invito a una specie di evento dedicato ai bambini. Non chiedetemi i dettagli: parliamo di un'epoca in cui la pedofilia era ancora ben nascosta in canonica e non sbandierata sui quotidiani. Quindi i miei abboccarono come fessi e mi ci portarono davvero. Fatto sta che una volta arrivati all'happening non trovammo né clown né preti vogliosi. Ma soltanto dei tizi che, in cambio di un palloncino, volevano convincerci a comprare delle enciclopedie.
Ecco, dopo aver guardato Mama, provo esattamente la stessa sensazione che mi assalì in quel lontano pomeriggio. Una sensazione riassumibile così:


Per carità, mea culpa: dopo vent'anni passati a guardare horror, da Profondo Rosso a La sposa di Chucky, dovrei ormai aver imparato a non farmi abbindolare.
E invece, no. Anche stavolta, la mente più brillante dietro Mama si rivela essere colui che ha curato il montaggio del trailer. A quest'uomo vorrei proprio stringere la mano e consigliare di entrare in politica. Naturalmente dopo avergli rigato la macchina, ammazzato il cane e lasciato delle feci davanti casa.

Ma entriamo nel vivo di questo adrenalinico film!

Dal trailer, si era già appreso che: uomo in bancarotta uccide la moglie, rapisce le figlie portandole in un bosco, fa per uccidere anche loro ma una forza misteriosa glielo impedisce e lo elimina. Stacco. Dopo sei anni le due bambine vengono ritrovate dallo zio: sono ridotte allo stato brado, non si capisce come siano sopravvissute per tutto quel tempo da sole. La cosa è molto sospetta, tuttavia lo zio non indaga e decide di adottarle. E iniziano subito le magagne: una presenza malefica sembra proteggere e bambine e minacciare tutti gli altri. Notate bene che tutto questo ce lo racconta già il trailer. Notate bene anche che il titolo del film è "La Madre".

Sostanzialmente quindi il passo avanti, se proprio decidete di vedere questo film, sarà scoprire di chi è questa Madre. E quindi vai di assistente sociale ficcanaso, disegni infantili inquietanti e armadi misteriosamente socchiusi.
Insomma la faccenda si trascina in modo così scontato e lento che, quando finalmente viene fuori l'identità dell'essere, voi probabilmente starete riempiendo Instagram di foto di piedi e mozziconi di sigarette.
Per la noia, si capisce. Mica perché siete dei poser da quattro soldi.

Per concludere, una menzione d'onore spetta agli effetti speciali. Voglio dire, vi siete fracassati le palle per un'ora e mezza ma hey, quando alla fine si vede il fantasma cattivo, pelle d'oca: