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giovedì 26 febbraio 2015

Uccello inossidabile - Cinquanta sfumature di grigio

"Sei falso come la bilancia del porchettaro".  
 
Così si dice, dalle mie parti, di quelle persone che hanno un rapporto con la verità un po' elastico. In pratica 50 sfumature sta all'erotismo come la bilancia del venditore di porchetta sta all'onestà.
Il film racconta la storia tra Christian Grey e Anastasia Steel, e no, non spenderò neppure una parola sul fatto che il diminutivo della protagonista di un film pseudo-erotico sia Ana.
No, vabbé, voglio spenderla. Perché non chiamarla, che ne so, Camporella? Anche Smorzacandela non era male, un po' lungo forse.
So che è inutile raccontare la trama, quindi passerò direttamente alle perle che queste due ore di nulla ci regalano. A cominciare dalla protagonista, Dakota Johnson, la cui recitazione lavora per sottrazione, sottrazione di talento nella fattispecie. 
E come non citare i brillanti dialoghi, una sfida tra gli sceneggiatori e l'alfabeto, con i primi che sono riusciti nell'impresa di utilizzare solo tre vocali e una consonante per scrivere tutte le battute del film.

"Ahhh"
"Ohhhh"
"Uhhh! Uhhhh! Uhhh!"

Non voglio neppure dimenticare le sottili metafore sessuali, come nella scena dove Ana mordicchia la punta di una penna brandizzata "Grey Enterprises". Eh, EH?!
Apriamo poi il capitolo Christian.
Christian, il favoloso amante che ha avuto ben QUINDICI donne nella sua vita - qualcuna in meno del gatto Doraemon - e che cita Aladdin di Walt Disney pur di portarsi a letto Anastasia.
"Ti fidi di me?"

Christian, il dio del sesso che reagisce come un quattordicenne beccato a farsi un seghino in bagno quando la madre gli fa una visita a sorpresa mentre lui è in camera con Ana.
Christian, il latin lover che si diletta in pratiche sessuali estreme spericulate, come bendare la sua partner, passarle un cubetto di ghiaccio sui capezzoli, legarle i polsi!
E mentre Ana è lì tutta concentrata nell'intento di stimare al millimetro quanto ce lo ha lungo perché non vede l'ora di raccontare tutto alle amiche, quello se ne esce con l'accordo di riservatezza da firmare. Christian, prova a metterti nei panni di una donna: se poi non posso analizzare con le mie amiche fino alla nausea se il lieve battere della tua palpebra mentre ti sfilavi i pantaloni significa che mi richiamerai fra tre giorni o fra tre giorni e mezzo, che senso ha fare sesso? è come se a un uomo regalassero una playstation ma senza controller, "Mi raccomando, divertiti!".
Pompini. Una sottile metafora visiva.

Ma le richieste del dominatore non finiscono qui, visto che Ana non può bere alcolici, fumare, drogarsi, ed è obbligata a fare ginnastica, e questo in effetti è sadomasochismo, non posso negarlo. Va detto però che il mondo dell'audiovisivo ci ha regalato masochisti di gran lunga superiori.
La cosa grave del film, però, non è tanto che faccia schifo, perché di pellicole orribili è pieno il mondo, quanto che sia ambientato a Seattle. Questo significa che per le future generazion, Seattle non sarà la città del grunge, ma la città di Grey. E se il film fosse uscito nel 1994, Kurt Cobain avrebbe avuto davvero un buon motivo per suicidarsi. 

Sesso estremo. Cosa abbiamo visto vs cosa avremmo voluto vedere.

lunedì 16 settembre 2013

Da “Paris, Texas” a “Paris, Hilton”. The Bling Ring.

Che cos’è che vogliamo?

SLEIGH BELLS E LOUBOUTINS!

E quando le vogliamo?

GIà NEI TITOLI DI TESTA!

Ah, Sofia.
Sofia Sofia Sofia. (E qui l’autrice scuote il capo fissando il pavimento, NdR)

Sofia mia, se in questo momento mi trovassi davanti a te, il discorso che mi uscirebbe di bocca sarebbe pari pari il testo di “Bella senz’anima”.
Oppure no, pensandoci meglio. Che non sia proprio io a darti l’idea di farne una cover electro-indie: Casablancas al posto di Cocciante, sullo schermo un’adolescente che si siede su quella seggiola e poi si spoglia come sa fare lei e via, anche per il prossimo film siamo a posto.

Sofia. Di cosa ci parla Cocciante?
Della fine di un amore. E come finisce un amore?
Nei tuoi film, con uno sguardo che si posa annoiato sullo skyline di Tokyo con gli Air in sottofondo.
Ma d’altra parte i tuoi film sono solo un insieme di pretenziose puttanate. E quindi ora te lo spiego io, come finisce un amore nella vita reale.
C’è Cocciante, ovvero io, che si innamora. Della Bella Senz’Anima, che poi saresti tu. Ti vedevo anche bella, capisci? 
L’amore è irrazionale, si sa. Specie se ci si innamora in così giovane età: a 15 anni, dammi una Lux Lisbon, una cameretta frou frou e una “Playground Love” e sarò tua per sempre. 


Poi però si cresce, Sofì.
E allora inizia la seconda fase: all’ ”Amore è cieco” subentra il “Sì, potrebbe in effetti essere una cagna maledetta…però cambierà”.


Il che si traduce, negli anni, in indulgenti recensioni tipo:
- Beh, Bill Murrey era straordinario! E poi che tocco di classe, quel “Sometimes” sotto la pioggia, eh? (2003)  
    - Ma dai, le All Stars tra le scarpette di Marie Antoinette! Cioè, hai capito che anacronismo pregno di significato? Ci sta dicendo che tutti gli adolescenti della storia si trovano ad affrontare gli stessi identici problemi, che vivano nella Versailles del ‘700 o nella Scampia degli anni zero! (2006) 
- Eh…insomma…dai, alla fine…Ten decisions shape your life, you’ll be aware of five about. (2010)

Ora. Persino una Bella Senz’Anima, se minimamente furba, arriva a capire il concetto di “Do ut des”: io ho dato, Sofia. Per tutti questi anni, ho dato soldi, pazienza, comprensione e persino cecità fasulla davanti a certe scene che lasciamo perdere o mi prudono le mani.

Nella diapositiva, un esempio di scena che fa prudere le mani.

E veniamo a te: non era forse arrivato il momento di darci un bel film?
Ho detto “Bello”? Chiedo scusa, ho esagerato. Facciamo “Decente”? “Sensato”? “Con una minchia di qualsivoglia trama”?
No. Dopo mesi di hype, tu ti ripresenti con “The Bling Ring”.
Ovvero, un trailer smarmellato su 90 minuti. 90 minuti di Miu Miu, Chanel, Louboutine, furti, Paris Hilton, una mezza pole dance, adolescenti borghesi che sniffano cocaina per manifestare il proprio senso di disagio verso una società superficiale e priva di punti di riferimentoCRISTO.

E no, sulla recitazione di Hermione non sprecherò una parola.

 "Niente, eh? Vabbè stellì, famo così: inventate qualcosa con 'sto palo 
e ce ne andiamo tutti a casa, su."


Mettiamola così: “The Bling Ring” è un porno.
E se chiedete a uomo di recensire un porno, probabilmente l’unico commento che otterrete sarà “Beh, ha funzionato”.
“The Bling Ring” è la stessa cosa, esiste solo ed esclusivamente per funzionare. Ho voglia di comprarmi un paio di scarpette, dopo la visione? Si, cazzo, si! Anche due! Anzi, voglio entrare di straforo in casa della Ferragni e fare razzie! E si, lo so, la Ferragni è quello che è. Ma in Italia questo passa il convento.



Però, Sofia, questa è pornografia. L’amore è un’altra cosa.
E da Cocciante è un attimo che passiamo a Masini:
per questo ti saluto, Bella Stronza.



mercoledì 1 maggio 2013

My body's saying let's go / But my heart's saying no, no. The Lords of Salem.

Si, ho usato un verso di Christina Aguilera come titolo di un post su Rob Zombie. E, dopo aver visto "The Lords of Salem", sono definitivamente convinta che Rob apprezzerebbe la scelta.
Non perdiamo troppo tempo con la trama - l'avete visto "Rosemary's baby"? Ecco: quello, scritto sotto LSD e con le streghe al posto dei satanisti. 


Andiamo dritti al punto: questa è la recensione più sofferta che abbia mai scritto. Perché ieri sera sono uscita da quella sala combattuta come un leghista fatto di Viagra di fronte a un'extracomunitaria fatta di Roipnol. Una doverosa premessa: trovo che Captain Spaulding sia uno dei personaggi più adorabili nella storia del cinema, "Hellbilly Deluxe" è stata la colonna sonora dei miei vent'anni e la vita di Sheri Moon rappresenta per me il massimo dell'aspirazionalità. Ora, la morale che potreste cogliere da questa premessa è che ogni scarrafone è bello a mamma soja. E, nel coglierla, sareste parecchio sagaci.
Il 60% di questo film vi mostrerá streghe torturate, processate e arse vive, che nemmeno in punto di morte rinnegheranno la fede nel maligno e bla bla bla. Io adotterò la stessa filosofia: non affermerò mai che questo film sia una cagata pazzesca - un po' perché proprio non ce la faccio per questioni affettive, e un po' perché in fondo non sarebbe nemmeno del tutto vero. Scrisse mordendosi il labbro nervosamente. 
Perciò facciamo così: procediamo per sottrazione. Qui vi parlerò solo degli aspetti positivi del film e poi giudicherete voi stessi, se vi sembrano abbastanza per sborsare nove euro e condividere per un'ora e mezza la sala con sedicenni visibilmente - e rumorosamente - fan dei White Zombie.

1) Colonna sonora

In breve, perfetta. Non per niente è curata da John 5, il che per un'ex adolescente cresciuta a pane e Marilyn Manson è davvero un colpo basso. Rob conosce i suoi polli, è evidente: la melodia maledetta da cui parte tutta la storia finisce dritta dritta nella playlist di ogni amante dell'industrial. Spettacolare il finale apocalittico con voce di Nico in sottofondo - una scena che forse da sola vale l'intero film.

2) Blasfemia a gogò


E di quella che fa ridere anche un cattolico - forse. C'e il prete che promette la salvezza eterna in cambio di un semplice pompino, ci sono le statue di santi che si masturbano, e come tocco finale c'è Sheri Moon in versione Maria ma decisamente poco Vergine. Potrebbe sembrare tutto oltremodo offensivo e pesante, se non fosse che Rob aveva saputo farci divertire anche di fronte alle torture della famiglia Firefly. 
Figuriamoci di fronte a un Satana basso, pelato e obeso che ingravida l'elettaE i riferimenti estetici a Silvio sono così evidenti che mi aspettavo un "Era solo burlesque" dopo l'amplesso malefico.


3) Varie ed eventuali
Scenografia da dieci e lode; fotografia meravigliosamente anni '80; Sheri Moon che insegna che certo, per le rughe c'è poco da fare, ma guardate che glutei si possono conservare anche a 40 anni.

4) ...
Sono certa ci sia qualcos'altro che mi é piaciuto, anche se al momento non mi sovviene. Ma dipende solo dal fatto che ho scarsa memoria. 
Perché, come ho già detto, questo film non è mica una cagata pazzesca.

giovedì 11 aprile 2013

Una tortura: dentro e davanti lo schermo. Gut.

Thriller, splatter, snuff, horror sci-fi, e potrei continuare ancora: ciò che mia nonna definisce "Film dell'orrore", racchiude in realtà una miriade di sotto-generi diversissimi tra loro.
E pensate che soddisfazione, per un regista, poter addirittura inaugurare una di queste micro-categorie. Per cui, stringiamo una mano virtuale a Elias: perché con il suo "Gut" ha  ufficialmente creato un genere horror nuovo di zecca: la Meta-tortura.

Peccato che alla domanda "Ne avevamo davvero bisogno?", il pubblico risponderebbe "Ma col cazzo!".
Il motivo è presto detto, basta dare uno sguardo a ciò che intendiamo con "Meta-tortura": horror che mira a ricreare nello spettatore la stessa sofferenza mostrata sullo schermo. Esempio: mentre i protagonisti del film muoiono dissanguati per mezzo di strumenti chirurgici, lo spettatore muore di noia per mezzo di un montaggio che persino Terrence Malick definirebbe "lento da far schifo".
Gli ultimi venti minuti li ho guadati skippando una scena su tre, e ciò nonostante ho invocato i titoli di coda come una vittima stremata invoca il colpo mortale. Per dire.

Ogni lunghissimo minuto di "Gut" evoca l'immagine di Elias che sogna recensioni alla "Most disturbing movie of the year!".
E qualche recensione del genere l'ha anche ottenuta, per cui occhi aperti: non cascateci. Se davvero siete gente di ferro e volete mettere alla prova stomaco e psiche, guardatevi questo o questo. Magari chiederete una seduta extra al vostro analista, ma ne sarà valsa la pena.

Ma torniamo a "Gut". Se proprio dobbiamo. In una delle poche review positive leggiamo: "Gut is the quietest, most introspective film about snuff films you will ever see". Ecco. Come dire "Il porno più morigerato di fronte a cui vi masturberete quest'anno".
La morale del film sembra essere: diffidate della routine, vi trasformerà in sadici voyeur prima e torturatori poi. Tom e Dan sono superamici e colleghi, solo che tra famiglia e lavoro si annoiano parecchio (si, qui la noia è proprio il laitmotive di tutto). Un giorno uno dei due riceve uno strano dvd per posta: si tratta di uno snuff, che mostra una donna squartata in diretta. Il tipo pensa bene di condividere la visione con l'amichetto, e di colpo entrambi si ritrovano ossessionati dal filmato ecc. ecc. Non faccio spoiler per educazione, ma fidatevi: dopo mezzora avete già capito come finisce la faccenda.
Di base, con voi che chiedete indietro i soldi del biglietto.


lunedì 8 aprile 2013

Senza cerchietto la stessa non sei più. Blair Waldorf vs Leighton Meester.

Nella vita, se Dio vuole, tutto scorre. Altrimenti io non sarei qui a scrivere e voi non sareste qui a leggere: avremmo tutti allegramente imitato Mr Cobain prima ancora di arrivare all'esame di maturità.
Ci sono tuttavia due-tre decisioni, che segnano l'intero corso della nostra esistenza e da cui è difficile, se non impossibile, tornare indietro. Decisioni che stipulano legami di ferro e che trasformano qualcun altro nel nostro sidecar personale: la decisione di sposarsi, la decisione di mettere al mondo un figlio e la decisione di interpretare un personaggio di una serie TV. Serie TV che, se proprio vi dice male, avrà un successo planetario.
Non devo starvi a spiegare il perché: Alexis Bledel per noi sarà sempre e solo Rory Gilmore; Shannon Doherty potrà fare tutti gli shooting osé del mondo, ma resterà Brenda Walsh finché campa. E per tutti i dettagli sulla "Maledizione Dawson", andatevi a riguardare James Van Der Beek in Don't trust the bitch in Apartment 23.
Ogni attore invischiato in un serial conosce benissimo il destino a cui va incontro. Tuttavia, arrivato in genere alla terza stagione, si ritrova a dire a se stesso "Hey, devo battere il ferro finché è caldo! Potrei raddoppiare il mio conto in banca, se ci provassi anche col cinema!". E in genere dicendosi queste cose pensa alla carriera di Jennifer Aniston. Ora, se il povero attore non avesse accanto a sé un agente succhia-soldi ma un vero amico, arriverebbe forse a capire che la carriera di Jennifer Aniston è una merda. Ma gli attori americani devono essere le persone più sole al mondo, ed è così che ci ritroviamo sullo schermo film come "The Roommate" e "Scusa ma mi piace tuo padre"

Ecco, qui vorrei aprire una parentesi: dovete capire che alle spalle di chi scrive ci sono anni di Gossip Girl - guardato per due uniche ragioni, fifty-fifty: Chuck Bass e gli outfit di Blair Waldorf. Per cui, si: ero consapevole che le pellicole citate si sarebbero rivelate una delusione. Ma no: ciò non è bastato a dissuadermi dallo streaming, ché magari ci scappava un cerchietto carino o una gonna di Stella McCartney. Invece niente: ho imparato a mie spese che è inutile cercare la Blair nella Leighton.
E adesso vediamo nel dettaglio come Miss Meester è riuscita a fallire tanto nel thriller quanto nel chick flick.

"The Roommate" 


Allora, l'avete visto "Inserzione pericolosa"? Non accetto "No" come risposta. L'ABC della pazzia femminile è dato dalla triade "Inserzione pericolosa" (pazzia da amica), "Attrazione fatale" (pazzia da amante) e "La mano sulla culla" (pazzia da madre). Se volete frequentare una donna e sperare di uscirne vivi, vi conviene imparare a memoria questi tre cult.
Ad ogni modo: "The Roommate" È "Inserzione pericolosa". Scena per scena: se là c'era il cane, qui c'è il gatto; se là eravamo a NY, qui siamo a L.A. E se là guardavano un bellissimo thriller, qui no.
In sintesi, Leighton è un'universitaria squilibrata che sviluppa un'ossessione verso la propria compagna di stanza, e cerca di eliminare chiunque possa ostacolare la loro amicizia. Fine. Notare la totale assenza di stile da Upper Est Side, sebbene entrambe le protagoniste studino fashion design: oltre al danno, la beffa.
 

"Scusa ma mi piace tuo padre" 
La sensazione predominante che si prova guardando questa commedia romantica è questa:


Ovvero: disagio da linguaggio cinematografico errato. Dalla trama di "Scusa ma mi piace tuo padre" poteva nascere un film drammatico da Oscar, di quelli che vi fanno piangere per ore e odiare la vita per settimane; invece è nata una commedia senza senso, che vi farà odiare la decisione di aver premuto Play.
In pratica, Leighton è l'ex miglior amica della protagonista; le due si sono allontanate crescendo, poiché l'una è timida e grassa e l'altra, appunto, è Leighton Meester. Arriviamo agli anni del college: la protagonista brutta vive ancora con i suoi, la protagonista bella torna a casa per il Ringraziamento. Rivede il padre della brutta, si innamora, lo seduce, distrugge completamente la famiglia dell'ex amica. Non c'è lieto fine. 

Ora, ditemi voi dove sarebbe la commedia. Certo è possibile, interessante e arguto, l'esperimento di prendere un dramma e raccontarlo con ironia. Se siete Woody Allen, però. Altrimenti, se state girando questo film solo perché è il momento d'oro di Blair Waldorf, sarebbe meglio restare sul tradizionale, smarmellare e sperare i fan di Gossip Girl siano così cretini da pagare il biglietto.

Ah, e naturalmente anche qui lo stylist doveva essere Bocelli: diciamo solo che mi auguro vi piacciano i maglioni monocromatici e sformati, perché per un'ora e mezzo saranno gli unici indumenti che vedrete.

lunedì 18 marzo 2013

Ho timòre che sia una cagata. Amiche da morire

Era il 1999. Io guardavo abitualmente Mtv. Mariah Carey aveva lanciato il singolo “Heartbreaker”. Io vedevo Mariah Carey, e vedevo i suoi levi’s con la cinta tagliata via. Il mio cervello faceva così: mtv, mariahcarey, levi’s, mtv, mariahcarey, levi’s, mtv, mariahcarey, marta vuoi quei jeans. E insomma, invece di fare come le persone intelligenti e vittime del consumismo, che vanno in negozio e comprano robe fatte da altri, io decisi di operare da sola. Lo feci, e il risultato furono dei pantaloni da cui allegramente spuntava la mia gettoniera. Un orrore.
Questo per dirvi che le persone fanno cazzate. Continuamente. Proprio come questo film. La trama: Olivia, Gilda e Crocetta vivono in un’isoletta siciliana, a giudicare dall’accento che tentano pessimamente di riprodurre. Olivia è sposata col bello del paese, ma teme che la cornifichi. Crocetta lavora in un tonnificio, non trova un fidanzato e porta iella. Gilda fa la prostituta, e in pratica è malvista da tutto il paese. Le tre non hanno in sostanza rapporti tra loro, sennonché, per un caso fortuito, Gilda e Crocetta assistono all’omicidio compiuto da Olivia ai danni del marito, che si scopre essere un rapinatore di banche. Le tre diventano complici, con un milione di euro da dividere e un cadavere da eliminare. Vi ho già detto che Crocetta lavora in un tonnificio, vero? Diciamo che ‘sto film vi farà passare la voglia di scatolette per un po’ di tempo.
Ovviamente, il tutto con la polizia che indaga e il paese che sparla di questa nuova, improvvisa amicizia.
Ma quali sono le cazzate che vi ho anticipato? Beh, anzitutto quella della Capotondi di accettare di recitare qui. Figlia mia, hai fatto questo gioiello qui, come hai potuto accettare un progetto simile? Che non fossi del tutto sana lo sospettavo da quando ti sei messa con Andrea Pezzi, e fosse stato il 1999, mentre io stagliuzzavo i miei jeans, t’avrei stretto la mano, ma ora, ingrassato e con una stempiatura che gli arriva ai talloni, la mano te la meriti in faccia, per svegliarti.
E poi, la Impacciatore e la Capotondi che recitano con la cadenza siciliana non si possono sentire. Viene voglia di soffocarle fortissimo con degli arancini pur di farle tacere.
Ma andiamo avanti. La frase tormentone, manco fossimo a zelig, “ho timòre”, con la o apertissima proprio come fanno i siciliani doc nelle fiction che evidentemente le attrici hanno osservato per preparare i personaggi. Ne avevamo bisogno? No.

I luoghi comuni, tanti e tanti e tanti ancora, che proprio tutti li hanno messi, io mi immagino gli sceneggiatori che controllavano: la matrona del sud cicciona che cucina, celo; la sfigata con la madre invadente, celo; le battute sulle corna col vecchio che muore trombando e tutti i maschi del paese che lo invidiano, celo; le gag tra donne sul sesso, celo; la prostituta dal buon cuore, dentro pure quella.
Una recitazione francamente discutibile, esagerata, come quando uscite con gli amici e bevete, e uno se ne passa, e lì per lì fa pure ridere, ma dopo un po’ chiedere scusa agli sconosciuti per la sua molestia diventa una rottura di palle.
Insomma, cazzate come i canditi nella cassata, per rubare una battuta del film.
Di tutto questo tre cose mi sono rimaste: 

1) La strusciata di minne casual, mossa che, se messa in atto, pare assicurare la servitù e totale capitolazione maschile. 
  
Le tette della Gerini salutano il pubblico in sala.

2) Gli scorci ambientali, col tuffo in quel mare incredibile che le protagoniste fanno verso la fine, che vi fa venire voglia di uscire di corsa dal cinema – come se non bastasse già il film in sé per questo – e andare a preparare una valigia il cui unico contenuto è un costume.

3) Le tette incredibili della Gerini. Dico davvero, guardi il film e l’unica cosa a cui riesci a pensare sono le tette della Gerini e il loro messaggio di speranza: se hanno fatto uscire delle bocce simili a una che ne era quasi sprovvista, allora può succedere tutto, magari anche che la sinistra vinca le elezioni.

giovedì 14 marzo 2013

Era meglio il pezzo delle Spice. Mama.

Farsi la manicure, coccolare il gatto, fissare i muratori fuori dalla finestra: per esperienza personale, sono solo alcune delle attività che potreste intraprendere durante la visione di "Mama" - premurosamente tradotto in Italia con "La Madre". Un horror avvincente, non c'è che dire.

Mi ricordo che una volta, quand'ero molto piccola, i miei genitori ricevettero un invito a una specie di evento dedicato ai bambini. Non chiedetemi i dettagli: parliamo di un'epoca in cui la pedofilia era ancora ben nascosta in canonica e non sbandierata sui quotidiani. Quindi i miei abboccarono come fessi e mi ci portarono davvero. Fatto sta che una volta arrivati all'happening non trovammo né clown né preti vogliosi. Ma soltanto dei tizi che, in cambio di un palloncino, volevano convincerci a comprare delle enciclopedie.
Ecco, dopo aver guardato Mama, provo esattamente la stessa sensazione che mi assalì in quel lontano pomeriggio. Una sensazione riassumibile così:


Per carità, mea culpa: dopo vent'anni passati a guardare horror, da Profondo Rosso a La sposa di Chucky, dovrei ormai aver imparato a non farmi abbindolare.
E invece, no. Anche stavolta, la mente più brillante dietro Mama si rivela essere colui che ha curato il montaggio del trailer. A quest'uomo vorrei proprio stringere la mano e consigliare di entrare in politica. Naturalmente dopo avergli rigato la macchina, ammazzato il cane e lasciato delle feci davanti casa.

Ma entriamo nel vivo di questo adrenalinico film!

Dal trailer, si era già appreso che: uomo in bancarotta uccide la moglie, rapisce le figlie portandole in un bosco, fa per uccidere anche loro ma una forza misteriosa glielo impedisce e lo elimina. Stacco. Dopo sei anni le due bambine vengono ritrovate dallo zio: sono ridotte allo stato brado, non si capisce come siano sopravvissute per tutto quel tempo da sole. La cosa è molto sospetta, tuttavia lo zio non indaga e decide di adottarle. E iniziano subito le magagne: una presenza malefica sembra proteggere e bambine e minacciare tutti gli altri. Notate bene che tutto questo ce lo racconta già il trailer. Notate bene anche che il titolo del film è "La Madre".

Sostanzialmente quindi il passo avanti, se proprio decidete di vedere questo film, sarà scoprire di chi è questa Madre. E quindi vai di assistente sociale ficcanaso, disegni infantili inquietanti e armadi misteriosamente socchiusi.
Insomma la faccenda si trascina in modo così scontato e lento che, quando finalmente viene fuori l'identità dell'essere, voi probabilmente starete riempiendo Instagram di foto di piedi e mozziconi di sigarette.
Per la noia, si capisce. Mica perché siete dei poser da quattro soldi.

Per concludere, una menzione d'onore spetta agli effetti speciali. Voglio dire, vi siete fracassati le palle per un'ora e mezza ma hey, quando alla fine si vede il fantasma cattivo, pelle d'oca:


mercoledì 20 febbraio 2013

La buona notizia: il titolo è solo un’iperbole. Noi siamo infinito.

La cattiva notizia, invece, è che anche voi potreste cedere e decidere di guardare questo film. 


Il motivo? La complessità della logica umana. Per farla breve trailer, locandina e cast sono stati plasmati apposta per far scaturire nel potenziale spettatore un flusso di coscienza di questo tipo:

Fase A: “No, vabbè…ma c’è Hermione che fa la sexy?! Non scherziamo, dai. E poi, cos’è questa locandina in stile indie for dummies? Mi ricorda tanto quei filmetti alla “Garden State”…che dio ce ne scampi e liberi! …senza contare che “Noi siamo infinito” suona assolutamente plausibile come titolo del prossimo best seller della Tamaro.
Deciso: col cazzo che me lo guardo. Un biglietto per “Die Hard”, grazie”.

Fase B: “Beh, però…mica è giusto bollare per sempre un attore solo per il suo ruolo da enfant prodige. Cioè, guarda le sorelle Olsen, Macaulay Culkin, Lindsay Lohan, Jodie Foster! E poi, se mi fossi fermata al titolo italiano, quando mai sarei andata a vedere una roba chiamata “Se mi lasci ti cancello”? Diciamocelo: anche quello della locandina è un discorso del cavolo.

Vuoi vedere che alla fine può essere un bel film…? Un biglietto per “Noi siamo infinito”, grazie!”.

Ed è così che questo film ci fotte. Ci attira in sala per senso di colpa, solo per dimostrarci che il concetto di “pregiudizio” è parecchio sottovalutato.

Due righe sulla trama: adolescente sociopatico, con un bagaglio di traumi infantili tale far leccare le labbra a Raffaele Morelli, approda alla scuola superiore. Fa amicizia con Hermione e Kevin e scopre che la vita può anche essere bella.
Non starò a commentare.
Al contrario, per punzecchiare in modo diretto il vostro spirito critico, ecco un elenco di citazioni tratte da questi 100 e più minuti di tortura:


“Il primo anno (alle superiori) non è facile, ma vedrai che troverai te stesso”.

“Amo gli Smiths! Perfetti per quando ti lasci”.

“Io non sono bulimica: sono bulimista. Io amo la bulimia!”.

“Mary Elizabeth è molto interessante, perché è buddista e punk”.

“Mi sento infinito”.

“Accettiamo l’amore che pensiamo di meritare”. Nota: questo è il pezzo forte, lo ripetono più volte.

“E’ quasi il nostro secondo anniversario settimanale!”.

“Sono andata a letto con ragazzi che mi trattavano da schifo e mi facevo di brutto”. Nota: ma sei Hermione, cristo santissimo!

“Non possiamo scegliere da dove arriviamo, ma possiamo scegliere da dove andare da lì in poi”.

Nella diapositiva: una ricercata metafora della libertà.

Che dire, se avete continuato a leggere fin qui dovete avere davvero un gran pelo sullo stomaco. Ma tranquilli, ora vi dò il colpo di grazia: i tre protagonisti, tanto indie e tanto sofisticati in materia musicale, sentono una canzone alla radio durante una memorabile serata che cementerà per sempre la loro amicizia bla bla bla. La canzone è molto bella, ma nessuno di loro la conosce. E ci mettono un’ora e mezza di film – equivalente a un intero anno scolastico – per risalire a nome e autore del pezzo.

Si trattava di “Heroes”.

martedì 19 febbraio 2013

Esistono ancora uomini che stanno con te per il tuo cervello. Warm Bodies.



Il giorno in cui lo hanno costretto ad abiurare, non deve essere stato il più divertente per Galileo. Poi vabbè, lui aveva ragione, la Chiesa – strano eh – torto e quindi la sua soddisfazione in qualche modo se l’è presa. Ma nel momento in cui era lì, davanti agli inquisitori, a rinnegare quello in cui credeva fermamente, deve essersi sentito davvero di merda.
Un po’ come me l’altra sera dopo aver visto “Warm Bodies”. Io amo gli zombie, l’ho già detto più volte. E ho anche detto che, se ci infili un morto vivente, non può uscirti un brutto film. Ecco. Sbagliavo. Dio mio, non riesco manco a dirlo che fa… fa sch…
E io, ‘sto film, lo aspettavo come i tamarri aspettano il luna park, come le nonne aspettano Michele Cucuzza al pomeriggio, come in carcere aspettano Corona.
Ma andiamo con ordine. R, il protagonista, è uno zombie. Vive in aeroporto con i suoi simili, cerca cibo e deambula. Tutto normale. Tranne per il fatto che pensa un sacco. Lo so, gli zombie non hanno cervello. Ma anche molti uomini, quindi la storia è ancora plausibile.
Durante una battuta di caccia, incontra – e salva– Julie, un’umana. Perché lo fa? Perché ha mangiato il cervello del suo ragazzo, con dentro i suoi ricordi, e appena la vede sente qualcosa per lei. Questo sentimento si rivela, manco a dirlo, reciproco, e l’amore, che evidentemente è più potente di un defibrillatore, fa “rianimare” gli zombie. Quindi R e Julie cercano di convincere le opposte fazioni a collaborare, e a unirsi nella guerra contro gli ossuti, che sono degli zombie magri come Anna Wintour e che mangiano qualsiasi cosa abbia un cuore che batte, come Anna Wintour.
Bravi: R e Julie, appartenenti a due schieramenti contrapposti, che si innamorano. Romeo e Giulietta. C’è pure una scena ambientata su un balcone. Voi ora vi starete chiedendo “perché dice che è una m.. m..?”. No, scusate, non ci riesco.
Non è per l’assenza di accuratezza scientifica, sebbene, appena uscite dalla sala, l’altro cervello del blog abbia dichiarato “Un sentito ringraziamento agli sceneggiatori di Warm Bodies. Ero così presa a contare tutte le cialtronate scientifiche che ci ho messo quasi un'ora a realizzare che hey, questo film è una merda!”. Voglio dire, io credo ancora che quello che succede nei chick flick possa accadere anche nella vita vera, cosa volete che sia per me un cuore morto da anni che riprende a battere?
È che è proprio fatto male. Lento. Senza ritmo. E soprattutto NON FA PAURA. Mai. Manco una volta. Io capisco la storia d’amore, ma porca miseria sono zombie! Almeno un micro-salto sulla sedia fammelo fare. Uno, che ti costa signor regista?
E a quel punto, anche le cose che magari potrebbero salvarsi scivolano via come i perizomi durante le sere d’estate. Scivola via la colonna sonora piacevolmente retro. Scivola via il protagonista, Nicholas Hoult, che non me ne fotte nulla che lo abbiate visto in Skins, perché è molto più importante che lo abbiate visto in “About a boy”, e che quindi sia l’ennesima dimostrazione che sì, il prima & dopo ESISTE DAVVERO. 
Scivola via la conferma a dei sospetti che nutro da sempre, e cioè che Keira Knightley sia uno zombie: hanno lo stesso peso, ma soprattutto la stessa mascella in fuorigioco. Rimane solo ‘sta specie di Twilight con un mostro diverso, che non aggiunge nulla né all’horror, né al chick flick.
Però una particolarità unica “Warm Bodies” ce l’ha: vi zombizzerà. Perché mentre il Tristo Mietitore abbandona il muscolo cardiaco degli zombie sullo schermo, a voi, seduti di fronte a quello stesso schermo, verrà la morte nel cuore. E nei testicoli.

lunedì 11 febbraio 2013

A Mucci’, mo’ taa buco quella cinepresa. Quello che so sull’amore.


SFX: Driiiiiin!

M: “Pronto?”

G: “Ciao…”

M: “Ah. Sei tu. Come st…”

G: “Smettila. Lo so che hai fatto. Ti hanno visto tutti”.

M: “Va bene. Lo confesso. Io non me la sentivo. Non me la sentivo di pagare 8 euro e 50 per vederti. Sì, l’ho visto in streaming.”

G: “Come hai potuto farmi questo? Dopo tutto questo tempo passato insieme”.

M: “Senti, non iniziamo eh. Perché pure io ci credevo. Quando hai fatto “Ecco fatto” ho pensato “Non è male come inizio. Forse potrebbe esserci un futuro”. E poi sei uscito con “Come te nessuno mai”, e io lì ti ho amato, dicevo “Finalmente qualcuno che sa rendere in maniera perfetta la mia generazione, quelli delle occupazioni a intervalli regolari, bambini venuti su coi cartoni delle 20.30”. Ma già da “L’ultimo bacio” ho iniziato a vedere le prime crepe tra noi. Voglio dire, hai dato la possibilità di recitare a Martina Stella, e poi hai fatto la solita rappresentazione ridicola di chi lavora in pubblicità. Però ho pensato che fosse una fase, ho pensato di darti ancora una possibilità. E tu che fai? Te ne esci con “Ricordati di me” e con quella porcata con Will Smith. Nessuna può sopportare tanto a lungo comportamenti simili”.

G: “Ma non hai visto che cast bellissimo che ti ho regalato per “Quello che so sull’amore”?”

M: “Non è spendendo tanti soldi che puoi sopperire alle tue mancanze, eh. E poi scusa, ma tu mi dai Gerard Butler, e me lo trasformi in questo insulso incrocio tra David Beckham e George Best. Uno che vuole fare il buon padre, riconquistare la ex moglie, e che non sa gestire un esercito di milf in calore. Gerard Butler. Quello di 300. Quello di “La dura verità”. Quello che ti sbatte contro un muro e ti scansa le mutandine di lato, tanta è la foga. Cazzo, Gabriele, non puoi fregartene dell’immaginario collettivo in questo modo!”

G: “Ma io ti ho dato Uma Thurman!”

M: “Se devi dirigerla di merda, puoi pure non chiamarla. Le hai fatto fare solo smorfie e mossette. A Uma, la musa di Tarantino. Che lui ha aspettato che sgravasse, pur di averla in “Kill Bill”.

G: “Non è carino nominare gente che vedi ancora”.

M: “Eh, ci sarà un motivo se con lui va avanti da così tanto tempo. Almeno fa film con dialoghi sensati, lui”.

G: “Non li ho scritti io stavolta”.

M: “Non è colpa mia se frequenti sceneggiatori di merda. Potevi limitarti a giocarci a calcetto come tutti”.

G: “Pensavo che facendo qualcosa di grande ti avrei impressionato”.

M: “Lo sai che non contano le dimensioni. Conta solo che hai fatto un film che un momento fa il drammone e un momento dopo vorrebbe fare la commedia rosa con le battute brillanti. Un miscuglio senza senso, come se uno facesse un frullato con caviale e coca cola. E poi, tu non rispetti le mie esigenze di avere tempi comici che funzionano”.

G: “È colpa di Hollywood, sta tentando di cambiarmi”.

M: “Mi pare che ci stia riuscendo su tutti fronti. Ti ho visto a “Che tempo che fa”. Tentare di impietosirmi mostrandoti ingrassato e con le occhiaie per spingermi a comprare il biglietto non è stata una mossa molto nobile, te lo devo dire”.

G: “Ma proprio non ti è piaciuto?”

M: “Lo sai che a una donna non si chiede mai una cosa simile”.

G: “Magari è colpa dello streaming. Lo sai come va, con le registrazioni prese dalla sala, ti perdi tutto il bello della fotografia”.

M: “No, guarda. Potrebbe anche avere la fotografia migliore del pianeta. È come quello che picchia la moglie, però fa tutti i lavoretti in casa: rimane una merda”.

G: “…quindi? Che facciamo?”

M: “Sai come dice Battisti, no? Cerca di evitare tutti i posti che frequento e che conosci anche tu. Tipo il Cinema”.

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