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giovedì 21 marzo 2013

Stavolta i nazisti vincono. Dead Snow

 
Da quando ho memoria, ho sempre sfrangiato a striscioline sottili i coglioni con la storia del nord Europa. E lo stato sociale, e le donne che in Svezia hanno ottenuto il diritto di voto prima che in altri paesi, e la liberalizzazione delle droghe leggere, e il design danese, e la rava, e la fava. Pensate quale gioia mi abbia attraversato il cuoricino quando all’elenco poc’anzi fatto ho potuto aggiungere un film con i nazisti zombi.
Dead Snow, per l’appunto. Film norvegese che oscilla tra momenti di genio totale e momenti di idiozia completa, che spesso – per inciso – coincidono.

DISCLAIMER: io non mi ricordo i nomi in italiano, figuriamoci in norvegese. Per comodità, chiamerò i protagonisti con questo schema: quello/a + caratteristica.

Siamo in Norvegia, durante le vacanze pasquali. Una neve che da noi manco se mettiamo insieme i giorni della merla per 10 anni di fila. Quello Bello, Quello Con Gli Occhiali, Quello Grasso e Quello Inutile decidono di passare un week end nella baita della ragazza di Quello Bello, Sara (lei era facile da ricordare). Ad accompagnarli 3 amiche, Quella Rasta, Quella Platino e Quella Zoccola. Lo scopo, è chiaro fin da subito, è accoppiarsi. Il regista ce lo comunica con sottili metafore, come Quello Con Gli Occhiali che mette la senape sul wurstel in mano a Quella Rasta e robe così.
Ora, io non capisco. I nostri protagonisti sono studenti universitari. Quindi con tutta probabilità vivono in studentati, appartamenti e simili. E non era più comodo organizzare una bella festa a casa e copulare nella comodità della camera, dello sgabuzzino, del bagno, insomma fate voi? Voglio dire, alla fine si va all’università proprio per evitare la camporella o il dover aspettare che mamma e papà non ci siano per un lasso di tempo abbastanza lungo. Perché doversi ficcare in una baita sperduta, dove si arriva dopo tre quarti d’ora di cammino immersi nella neve fino alle ginocchia, fredda ma soprattutto CON LA LATRINA ALL’ESTERNO, che altro che crollo verticale della libido? Anche perché poi il rischio è quello di avere a che fare con i nazisti zombi che vivono nel bosco accanto alla baita. Zombi che, precisiamo, non hanno nulla della frastornata lentezza zombesca che siamo soliti vedere sullo schermo: questi non solo corrono, si arrampicano pure sugli alberi. Ovvio che non ci sia possibilità di uscirne vivi. No, fidatevi, non sto spoilerando. Perché, tirando in ballo Kerouac, come non è importante dove si va, ma il viaggio in sé, così non conta il finale di morte totale, ma il modo spettacolare in cui si arriva a quella carneficina.
Conta la bellezza del sangue rossissimo sulla neve immacolata, contano le budella in ogni dove, conta l’ironia che regna sovrana, conta che questi se magnano e mordono tutto, patata inclusa, e no, non parlo del tubero.
Sì, a volte il film ha dei momenti in cui pare uno spot della Colmar, ma uno spot della Colmar in cui Quello Grasso viene aperto in due come una noce partendo dalla testa, a mani nude, con il cervello che finisce sul pavimento come una frittata girata male. Capite quanta bellezza? Su tutto, 3 scene che meritano da sole il film:

1)    Il massacro che Quello Con Gli Occhiali e Quello Inutile compiono ai danni dei nazisti, dove si spara, si taglia e si ammazza mentre in sottofondo si sente una allegra musichetta natalizia – lo so che è pasqua ma il mio cervello dice così – norvegese.
2)    Quello con gli occhiali che, in seguito al morso di uno zombi e per paura del contagio, si amputa da solo un braccio e se lo cauterizza su un cadavere fumante.
3)    Quella Zoccola che raggiunge nella latrina Quello Grasso, che aveva dichiarato di andare lì per cagare, e decide di farselo a smorzacandela mentre lui è ANCORA LÌ SUL CESSO. Capite? Se lo fa mentre lui sta ancora smollando. E se non trovate raccapricciante questo, io davvero non so cosa altro possano inventarsi.


mercoledì 30 gennaio 2013

“Non stamo a fà Kubrick” (cit.): The Carrie Diaries.

Uh, la so io! La so io!
La minigonna, il rock, la droga leggera, la droga pesante: sono solo alcuni dei fattori che, di volta in volta, sono stati accusati di corrompere le nuove generazioni.
Fattori nel complesso più che dignitosi. Specie considerato il fatto che, se la mia generazione è una merda, lo dobbiamo invece a "Sex and the City".
Un telefilm che ha convinto la casalinga quarantenne di Francavilla al Mare ad atteggiarsi come un’escort ventenne di Manhattan. Aspettandosi peraltro di non essere per questo sbeffeggiata, né presa a schiaffi, bensì ammirata da amiche e spasimanti. Insomma, non so se si è capito: io credo fermamente che Sarah Jessica Parker debba fare la fine di Giordano Bruno.
Ora, sfruttando questo spazio come mezzo didattico, andiamo a sfatare alcune cagate che "Sex and the City" ci ha messo in testa:
1) l'autoerotismo femminile non è un gradevole argomento di conversazione; salvo rarissime eccezioni, riassumibili nell’ipotesi “Maniaco che vi paga per parlarne”. Altrimenti, agli occhi di amiche e accompagnatori non apparirete libere, disinibite e Carrie Bradshaw: ma semplicemente delle poverette.  
2) Nemmeno la vostra vita sessuale a due o più è un topic particolarmente avvincente. Soprattutto se, come nel 90% dei casi, essa viene ammantata di immaginazione e significati inesistenti. Leggi: se lui il giorno dopo non vi richiama e di questo fatto parlate per più di dieci minuti, la gente non vi elegge a drama queen, ma piuttosto a palla al cazzo.
3) L’amico omosessuale non vi offre i suoi saggi consigli perché vi adora: lo fa perché gli fate pena.
4) Quattro donne adulte che bevono Cosmopolitan in un bar e sghignazzano come tredicenni dopo il primo bacio non sono cool: sono…buon Dio, non esiste un termine abbastanza dispregiativo per questo.

Sicché, alla luce di tutto ciò: avevamo davvero bisogno di un prequel di Sex and the City? Attenzione perché è una domanda trabocchetto.
La risposta giusta è: ovviamente no, tuttavia.

Tuttavia n.1: “The Carrie Diaries”, rispetto a “Sex and the City”, rivela subito un enorme upgrade: qua non c’è Sarah Jessica Parker. Grazie al cielo, gli sceneggiatori stavolta si sono messi una mano sulla coscienza: se per anni ci hanno spacciato una cozza sfiorita per rampante trentenne, oggi non se la sono sentita di affidare a SJP il ruolo di adolescente tutto pepe. Sì, perché “The Carries Diaries” ci mostra la vita della futura giornalista (o scrittrice? Qualcuno ha mai capito, di preciso, come Carrie si pagasse l’affitto?) ai tempi del liceo. Ancora non corrotta dalle altre tre carampane, insomma. E il ruolo da protagonista se l’è beccato AnnaSophia Robb – in pratica, la sosia di Lindsay Lohan negli anni pre-cocaina. 

Tuttavia n.2: la serie è ambientata nel 1984. Questo significa poster dei Joy Division alle pareti, Modern English della colonna sonora, tulle e pizzo come se non ci fosse un domani. Insomma, rispetto a “Sex and the City” qui c’è tutto un piacevole contorno che ci distrae dal fatto che la sceneggiatura sia feccia.
Tuttavia n.3: Carrie qui è minorenne. Sapete cosa significa? Che non può bere Cosmopolitan. E che con le amichette parla del perdere la verginità, non del fare sesso anale con uno sconosciuto mentre sua moglie guarda. Converrete, un bel passo avanti.
Al che potreste chiedervi: ma quindi, che minchia fa questa Carrie giovane? Niente di interessante: va a scuola, è stagista in uno studio legale di Manhattan, sogna di sfondare nella Grande Melzzzzzzzzzzzzz
Scusate, la trama è così adrenalinica che mi assopisco solo a pensarci.


Ma rendiamoci conto del grande traguardo raggiunto da questo telefilm: nella sua completa nullità, nella sua totale assenza di ragion d’essere, esso riesce comunque a risultare molto meglio di “Sex and the City”.


martedì 30 ottobre 2012

Non si esce vivi dagli anni ’90. Nè da nessun altro decennio. American Horror Story.


Vi racconterò una storia, miei giovani lettori.
Anni e anni or sono, ci fu un tempo - una sorta di Età dell’Oro - in cui la gente non faceva/ascoltava/mangiava/guardava cose solo perché farlo era cool. Bensì, mirabile dictu, semplicemente perché amava farle. E viceversa: in questo tempo remoto, nessuno si asteneva dal fare/ascoltare/mangiare/guardare qualcosa solo perché quel qualcosa era troppo mainstream. No: in quell’epoca favolosa, le cose ti piacevano o ti facevano cagare per davvero. 

Questo tempo incantato, amici miei, è noto ai posteri come “Gli Anni ’90”.
E nel pieno degli Anni ’90, io ero bimbetta che giocava con le Barbie e studiava sul sussidiario. Lynch, non sapevo nemmeno chi fosse. (Giustamente, che diamine. Già ero precocemente rovinata dalla filmografia di Dario Argento, a tutto c’è un limite.) Né avevo la più pallida idea del fatto che un giorno sarei stata considerata intelligente, se avessi apprezzato (o anche solo capito)  i suoi film. Quello che sapevo, negli anni ’90, era che quando dalla TV partiva quella musichetta inquietante, era ora di scappare più lontano possibile e cercare di dimenticarla in fretta. Perché ero una bambina, una bambina genuina  - tonta - come solo quelle degli anni ’90 sapevano essere. E non avevo alcuna remora a manifestare disgusto per qualcosa che effettivamente mi faceva cagare sotto.
Ecco, ai trentenni intellettuali dell’ultim’ora, che oggi dichiarano di essere cresciuti guardando Twin Peaks, io vorrei chiedere questo: di non dire stronzate. Voi, Twin Peaks ve lo siete guardato a 20 anni scaricato da Emule, proprio come me. E allora, e solo allora, avete potuto apprezzarlo. Ma negli anni ’90, quando bastava accendere la TV per trovarsi faccia a faccia con Bob, voi correvate tra le braccia della mamma piangendo, altro che “surrealismo Lynchiano”. 

Tuttavia, e ora arrivo al punto, posso capire il vostro disagio: trattasi della classica sindrome “Oddio-potevo-vivere-un-pezzo-di-storia-e-ho-sprecato-l’occasione”. Dev’essere così, che si sentono i nostri fratelli maggiori mai andati a un live dei Nirvana.
Ma ecco la buona notizia: oggi, coetanei miei, possiamo recuperare. Oggi, da adulti, possiamo goderci senza traumi e con tempismo il NUOVO Twin Peaks. Alias, American Horror Story.

E se finora l’ho tirata tanto per le lunghe non è perché oggi sono particolarmente acida – anche – ma è stato per farvi capire l’importanza storica di questa serie. E per farvi capire che no, non potete proprio perdervela. Accendete subito il vostro Mac, che lo so che siete gentaglia da Apple, e via con lo streaming la visione assolutamente legale del suddetto telefilm. 

Per chi non lo stesse ancora guardando – muovetevi! – spenderò due parole sulla trama.
Coppia in crisi (aborto spontaneo di lei, tradimento di lui) tenta la via del “Casa nuova, vita nuova”. E si trasferisce in questa mega villa, con figlia adolescente al seguito. Dopo pochissimo però si inizia a sentire puzza di zolfo: più o meno da quando appare in scena l’inquietante vicina – una Jessica Lange a dir poco sublime – e la di lei figlia, afflitta da sindrome di Down. Viene così fuori che quella villa è più letale della videocassetta di The Ring, e che da decenni chiunque ci abbia vissuto ha fatto una fine a dir poco spiacevole.
Insomma: nel giro di qualche settimana non si capisce più nemmeno chi è essere umano, fantasma o allucinazione. Non posso dire altro. 
Anzi, solo un’ultima cosa: se nessuna delle mie argomentazioni vi ha scosso finora, ecco, vorrei tentare due mosse sleali. Queste:






lunedì 24 settembre 2012

Mad in Italy. Paura 3D e Tulpa @FrightFest

Partiamo da un presupposto: già la definizione di "Spaghetti Horror" io l'ho sempre trovata molto offensiva. Voglio dire, ce li vedete film come Inside o La horde che si fanno chiamare "Baguette Horror"? Li avreste guardati con gli stessi occhi, se vi fossero stati presentati come "Escargot Horror"? Non credo.
Ecco, avete capito il concetto. Già categorizzare l'horror italiano affiancandolo alla cucina tipica mi pare una mossa di discredito. Come faccio a lasciarmi coinvolgere da sangue e squartamenti, se già l'espressione "Spahetti Horror" mi rimanda all'immagine di Sordi in canotta, che si abbuffa di pasta?
Certo, Shakespeare ci insegna che una rosa è una rosa anche con altro nome. Ma io lavoro in pubblicità e quindi questa cazzata non me la bevo.

Campanilismo lessicale a parte, che dire: gli stranieri c'hanno ragione eh. Al FrighFest l'Italia non ha certo brillato. E non ha brillato per una ragione molto semplice: il buon Tulpa di Zampaglione non è riuscito a far dimenticare il pessimo Paura 3D dei Manetti Bros. Ragazzi tanto simpatici, per carità. Giustappunto, la compagnia ideale per il famose du spaghi, ma non per il famme invocà la mamma.
Ma vediamo il perché - il perché la platea dopo un po' ha smesso anche di ridere, e si è ritirata in un silenzio di sconforto.



Paura 3D, l'Italian Shame.

Iniziamo con gli aspetti positivi? Facciamo subito, ce ne sono solo due.
1) il film si apre con una cupa voce fuoricampo che introduce i fatti, scelta in cui io ho visto una grandissima citazione di Mr Argento: "Jennifer, dal Nuovo, era giunta nel Vecchio Mondo. E quella sarebbe stata la sua prima, memorabile notte nel pensionato femminile Richard Wagner". Tratto da Phenomena, ovviamente. E certo che lo so a memoria, che domande.
Se poi questa anziché una citazione si scopre essere una semplice coincidenza, le cose belle di Paura 3D si riducono a una:
2) lo SPUNTO della sceneggiatura. Ci tengo a chiarire: solo lo SPUNTO, perché la sceneggiatura in sé è incommentabile. Ma la stessa storia, messa in mano a qualcuno che sa fare il suo lavoro poteva dare vita a un bel film.
Questo lo SPUNTO: riccone insospettabile tiene segregata nella cantina della sua villa una giovane donna, che poi si scopre esser stata rapita da bambina e aver sviluppato una classica sindrome di Stoccolma. Ovviamente dicendovi questo vi sto spoilerando tutto il film, ma fatemi capire: avevate mica intenzione di guardarlo?
Alcuni dettagli aggiuntivi per scoraggiarne la visione: la soundtrack di questo - ricordiamolo - HORROR è affidata al RAP. RAP fatto in ROMANESCO. La platea del FrighFest era composta al 90% da inglesi, fortunelli loro. Ma io, che Dio mi protegga, io ho capito tutto. E quella roba stava in un horror come l'olio di fegato di merluzzo sta sulla Nutella.
E poi, gli attori. Gli attori - escludendo Servillo, a cui probabilmente hanno rapito un parente per costringerlo a recitare in questo film - sono dei cani. E sono sicura che leggendo ciò parecchi chiwawa si riterranno offesi. Considerate che Paura 3D è stato proiettato in lingua originale, per cui gli inglesi non hanno potuto cogliere questo "dettaglio". E ciò nonostante sono rimasti basiti sulle loro poltroncine. Fate un po' voi.


E poi, per fortuna, c'era Tulpa.


Tulpa, l'Italian Pride.

Se il nome di Federico Zampaglione vi evoca solo versi come "Perché siamo due destini che si uniscono", aggiornatevi. E aggiornatevi con questo.
Zampaglione, come ogni psicopatico che si rispetti, è passato dritto dritto dalla musica melensa al cinema horror. Che Dio lo benedica. Perché senza Tulpa - la sua seconda opera macabra - l'Italia sarebbe uscita dal FrighFest come esce la moda americana dalle puntate di Beautiful. Una merda, appunto.
Ora, non sarà Tulpa che ci farà tornare agli anni ruggenti di Dio Dario, ma è un primo passo in tal senso.
Trama: Lisa - Claudia Gerini - è un'impeccabile donna in carriera che la sera, come anti-stress, si reca nell'esclusivo club Tulpa per fare sesso con perfetti sconosciuti. E già qui, io annuivo con comprensione. Ma il sesso con Lisa si scopre letale: tutti i suoi amanti - uomini e donne, perché le scene lesbo ci stanno sempre bene - finiscono assassinati. Al che Lisa inizia a investigare eccetera eccetera. Un bel giallo con tocchi splatter da maestro. La mia morte preferita include una giostra e del filo spinato, per dire.
E il colpo di scena finale, se non è proprio all'altezza di Profondo Rosso, almeno ci si avvicina parecchio.
Quindi voi direte, perché non stiamo gridando al capolavoro? Eh. Perché Zampaglione un errore l'ha commesso. E anche grande, considerata la platea che aveva di fronte: ha fatto recitare tutti in inglese. E lo sapete, come noi italiani parliamo inglese. The killer is on the table, in pratica. Per cui magari durante una scena tesissima ci scappava la risata alla prima sillaba, e tutto si ammosciava.
Un vero peccato, ma un peccato a cui si può ancora rimediare con un bel doppiaggio dell'ultimo momento. E speriamo che, per quando arriverà nelle sale, Tulpa ci faccia aprire bocca solo per urlare.

lunedì 10 settembre 2012

Ryan Gosling mezzo nudo! Crazy, stupid, love.


1,618 è un numero che indica una proporzione, comunemente detta “proporzione divina”, perché in natura si trova in talmente tanti casi che sembra quasi che dietro ci sia la mano di un essere superiore. Imparatelo, perché lo ripeterete spesso durante la visione di “Crazy, stupid, love”.
Perché “Crazy, stupid, love” è un film che, ovviamente, parla d’amore. Con Ryan Gosling. RYAN GOSLING.

Bravi, vedo che avete capito il nesso. Ora, io credo che Dio o chi per lui, quando si è messo a fabbricare Ryanuccio, abbia chiamato Einstein, Majorana e Nash, perché quella proporzione gli è uscita così bene che non può aver fatto tutto da solo. Per capire la mia reazione quando lo vedo, guardate qui e immaginate Ryan al posto dello scoiattolo.
Comunque, passiamo al film. Steve Carrell, il protagonista, ha una bella famiglia con la bella Julianne Moore, un bel lavoro, una bella casetta. Il classico americano da sobborgo insomma. Un giorno lei si rompe le palle, lo tradisce e chiede il divorzio. Quindi Steve, aka Cal, torna sul mercato. Cioè, ci prova. Perché Cal è tremendo, elegante quanto un centrino all’uncinetto sulla spalliera di un divano e incapace di flirtare. E qui entra in campo Sua Fighezza Reale. Che lo incontra in un bar, prova pena e decide di istruirlo e fargli riacquistare il suo mojo. Perché Ryan, ovviamente, è un esperto del gentil sesso. Tanta pratica. Fino a quando non incontra Hannah, che incarna il sogno di ogni donna, ossia essere “Quella che lo cambia”, quella additata nelle conversazioni tra donne come “puttana maledetta perché lei sì e noi no”, quella che prima di lei era una testa di cazzo di proporzioni elefantiache e ora le compra gli assorbenti al supermercato mentre accarezza gattini guardando foto di neonati. Insomma, nel film seguiamo le evoluzioni comportamentali di Cal e Ryan.
Quando, circa al minuto 01:08:41 vedrete il torace di Ryan in tutto il suo tramortente, sfacciatissimo, devastante splendore (non lo guardate adesso! Non guardate vi dico, che sennò smetterete di fare qualunque cosa stiate facendo, e se state reggendo la mano di una persona sospesa da un cornicione o montando la maionese non sarà bello), dicevo in quel momento sentirete un violento singhiozzare. Non vi preoccupate, è normale, è solo la vostra vagina che si dispera perché si rende conto che purtroppo non avrà mai a che fare con quell’uomo. Calmatela spiegandole che singhiozzare rumorosamente è molto meno charmant che farsi rotolare le lacrime sulle guance in silenzio, e riprendete la visione.
Se non ritenete Gosling un motivo sufficiente per guardare il film perché siete come quelle persone tristi che nascondono le rivistacce porno dentro “Confidenze” e avete bisogno di una giustificazione al provare piacere, vi do qualche altro motivo: 

-       È un film che piace anche ai maschi. L’ho testato per voi, e state tranquille che, seduti accanto a voi sul divano, vedranno tutto il film senza provare il potente desiderio di percuotervi a morte col vostro thermos di Hello Kitty.
-       Fa ridere. E ridere è importante, perché quando torni a casa la sera distrutto e con la voglia di svagarti, non dici “Toh, fammi vedere Dogville che me faccio du’ risate”. Non fraintendetemi, Dogville è bellissimo, ma è più per quei momenti tipo “fammi godere vedendo cosa farei a quella troia che ci prova col mio ragazzo se solo vivessimo in uno di quei paesi illuminati dove l’omicidio viene punito con un ganascino”.
-       Le prove degli attori. Tutti, da Carrell, alla Moore, alla Tomei, interpreSCOIATTOLO! 

venerdì 31 agosto 2012

Non stuprarmi: non ti sento. The seasoning house.


Dunque, dunque. L’avete visto “The Descent”? Vi ricordate quegli esseri disgustosi che vivono sottoterra? Ecco, il loro aspetto disgustoso era opera di Paul Hyett. Lì – ma anche altrove – sfoggiava il suo talento nel make up; in “The seasoning house” si mette alla prova alla regia. E dio santissimo, se la cosa gli riesce bene. 


“The seasoning house” ha aperto le danze del FrightFest 2012, e di questo ringrazio gli organizzatori: non si poteva far scelta migliore, per confermare le nostre altissime aspettative sull’evento. E, a festival finito, questo si qualifica senza dubbio come il FILM Non c’è storia: il best of dell’intera maratona horror.
La trama: siamo da qualche parte in zona balcanica. E scopriamo che lì è usanza che i militari rapiscano ragazzine avvenenti per rinchiuderle in un bordello e usarle come bambole gonfiabili o punch ball - a seconda dell’umore del momento. Tra le tante prede adolescenti, nella Seasoning House troviamo anche Angel: bellissima, orfana e sorda. Dal faccino così tenero che persino lo spietato gestore del bordello non se la sente di darla in pasto ai soldati allupati, e se la tiene lì come sguattera-maîtresse. Tuttavia, Angel non è scema e lo odia comunque, anche se in silenzio. E odia oggi, odia domani, un bel giorno la ragazzina si rompe le scatole di fare la bella statuina e inizia a massacrare tutti, dal bordello-man ai soldati in spedizione sessuale. Fine. 

Voi direte, so what? Cosa c’è di tanto spettacolare? Due cose: Rosie Day (Angel la sordomuta) e le morti. 

La protagonista di “The seasoning house” non solo ha occhioni azzurri che farebbero venire all’istante qualsiasi lettore di manga, ma è del ’94, non so se rendo. Poteva finire a fare la Velina, ma grazie a Dio non è nata in Italia e così abbiamo potuto scoprire quanto diavolo sia brava come attrice. Ricordatevi che per l’intero film questa non pronuncia una parola – in pratica, Martin di "The Human Centipede II", ma dal bell’aspetto – e nonostante ciò riesce a comunicarci di tutto: dalla disperazione al terrore, dall’odio alla soddisfazione post-vendetta. Per dire, nel finale ci regala uno sguardo alla “Ahhh, e mò attaccati al cazzo, buzzurro!” pari solo all’Occhio-della-madre della Corazzata Potëmkin. E non solo Rosie regge sulle sue spallucce taglia 38 l’80% del film, ma nelle interviste che seguono la proiezione si rivela anche di una modestia e di una timidezza sconcertanti. Insomma, la ragazza è LA rivelazione del FrightFest, poche storie. 

E poi ecco, dicevamo: le morti. Non voglio spoilerare troppo, ma una scena ve la devo descrivere: Angel vs Soldato Stupratore. Lui, già mal messo perché la ragazzina si rivela una specie di Van Damme, lancia un urlo di rivalsa; ed Angel gli conficca un coltello nella bocca comodamente spalancata. Così, tanto per darvi un’idea. Tra sesso e violenza, direi che “The seasoning house” può essere definita una versione light di “A Serbian Film”

Per cui, non aspettate che esca in Italia – che tanto probabilmente la censura lo bloccherà: iniziate a organizzarvi per un bel download acquisto in versione originale. Anche se dovrete attendere un pochino, temo: quella del FrightFest era l’anteprima mondiale e la platea londinese mi pareva decisamente troppo fair per aver ripreso di sgamo la proiezione.