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giovedì 20 dicembre 2012

All is full of Christmas. Love actually.


La prima volta che ho visto “Love actually”, non ero nelle condizioni ideali. Il titolo fa abbastanza intuire l’argomento, e che un film simile tu debba vederlo con le amiche, o con un fidanzato dotato di un grave senso di colpa al momento dell’uscita nelle sale. Dicevo, la prima volta che l’ho visto, mi trovavo temporaneamente a Londra, con il di-allora-fidanzatino Molto Oltre Manica, così come le amiche. Andai al cinema da sola. E mi piacque. Oh, se mi piacque. Anche da sola, anche non capendo tutte le battute. Continuo a ripetermi, a sperticarmi sul Regno Unito, ma ormai l’avrete capito: diamine, questi qui ci hanno dato Shakespeare! Ci hanno dato la banoffee pie! Ci hanno dato il brit pop! Il tutto, tra l’altro, con un accento così snob che se ci penso mi attacco alla gamba del tavolo tipo cane. Certo, ci hanno anche dato diversi microbi con ogni viaggio fatto in terra d’Albione, ma che volete che sia un po’ di sporcizia di fronte all’Immenso?

E quindi, Love Actually lo dovete vedere. Perché È il film di Natale. Non mi importa di quante volte replichino “Una poltrona per due”. Io voglio quella pletora di pelle rosata e denti storti che sono gli inglesi. Dovete capire che per me Natale è una faccenda seria. Io amo il Natale. È il periodo dell’anno che preferisco. Crocifiggetemi pure, tanto a Pasqua risorgo. Amo il fatto che mia madre, detta dal mio migliore amico “la vetrinista”, addobbi casa in un modo che farebbe piangere di vergogna le visual merchandiser di Selfridges. Amo il fatto di mangiare e bere come se il giorno dopo mi dovessero trapiantare il fegato di un quattrenne. Amo vedere la gente che si sforza, che ci mette impegno, code, sudate, per prendere quella cosa perché sa che farebbe felice quel qualcuno. Amo vedere le persone che si sforzano per far felici mi altri. Mi trasmette fiducia. Lo so cosa pensano i cinici, “Ah, capirai, solo una volta l’anno e per la più commerciale delle feste”. È vero. È una volta l’anno. Pensate se non ci sforzassimo neppure quella volta.

Quindi, un film ambientato a Londra, nel periodo natalizio, con Hugh Grant, potrebbe – seriamente – non piacermi? Si vede che è fatto con amore. Amore per il risultato al botteghino, ma pur sempre amore. Nominateli a voce alta insieme a me: Hugh Grant, Colin Firth, Emma Thompson, Keira Knightley, Bill Nighy, Liam Neeson, Laura Linney, Alan Rickman, Rowan Atkinson, Billy Bob Thornton, Claudia Schiffer, Rodrigo Santoro, Denise Richards, Andrew Lincoln, Elisha Cuthbert. Per vedere così tanti attori di peso tutti insieme, l’unica alternativa è sperare in un disastro idro-geologico che li spinga a mettersi al telefono a chiedervi soldi. Poi la colonna sonora. Quell’insieme di canzoni pop melense mischiate a Joni Torcibudella Mitchell, che non potrebbe essere più perfetto. Non fate gli snob con me, lo so benissimo che quando siete al supermercato e si diffondono le note di Britney Spears non potete fare a meno di battere il tempo col dito sul carrello. E Hugh Grant. La sua faccia, la sua voce. Hugh Grant che si innamora di una che ha culo e naso come un maiale, e non mi importa, riesco pure a passare sopra al fatto che scelga una bruttona. Hugh Grant che fa Tony Blair (perché l’endorsement, quello che funziona, si fa così. Chiedeteglielo, a Tony, endorsato anche dalla Fielding in Bridget Jones). Perché è un film corale, e a me le storie che si intrecciano piacciono: il cantante fallito che risorge (il personaggio migliore), i due attori porno che si innamorano, il tipo innamorato della moglie del miglior amico, il primo ministro che rischia le alleanze per una sottana… E perché se c’è una cosa che gli inglesi sanno fare è far ridere, e se un film me lo fai scrivere E dirigere dalla mente dietro “4 matrimoni e un funerale”, “Il diario di Bridget Jones” e “Notting Hill”, beh, diciamo che stai in una botte di diamantite, quella dello scheletro di Wolverine. E poi, quella scena finale, Dio mio quella scena finale. Che mi fa iniziare a lacrimare come un vitello cui abbiano strappato la madre. Che ogni volta che sto in un aeroporto me la proietto mentalmente. E così ogni volta che sto in aeroporto lacrimo come la Madonna di Civitavecchia.

La vigilia dello scorso anno, finiva quella che credevo sarebbe stata la mia storia definitiva. Diciamo che l’anno scorso Natale non era proprio il mio periodo preferito. Qualcuno meglio di me ha detto che si è felici in miliardi di maniere diverse, ma che si soffre tutti nello stesso identico modo. Il dolore, come la paura, è universale. Durante le vacanze ero a Spoleto, dove la mia famiglia e i miei amici di sempre mi circondavano di ovatta e di parole per frastornarmi. Poi sono dovuta tornare a Milano, e alla nuova normalità. E grazie a Dio ci hanno messo mano loro: colei con cui questo blog è nato, e colei cui questo blog è dedicato. Per me hanno cucinato insuperabili ravioli di zucca con salsa di sottiletta, mi hanno presentato amici dalle professioni “artistiche”, mi hanno fatto spupazzare gatti riluttanti, hanno sfacchinato con me in quello che a oggi è il trasloco più duro della mia vita. Nel frattempo un anno è passato, le giornate hanno smesso di accumularsi, e hanno ripreso a trascorrere. Ed è di nuovo Natale. E io, questo Natale, lo amo di più: è vero, non avrò qualcuno da baciare sotto il vischio, ma ho chi mi tiene la scala mentre mi arrampico per mettere la stella in cima all’albero, e mi aiuta a non cadere.



Buon Natale. E che il fegato vi benedica.




lunedì 24 settembre 2012

Mad in Italy. Paura 3D e Tulpa @FrightFest

Partiamo da un presupposto: già la definizione di "Spaghetti Horror" io l'ho sempre trovata molto offensiva. Voglio dire, ce li vedete film come Inside o La horde che si fanno chiamare "Baguette Horror"? Li avreste guardati con gli stessi occhi, se vi fossero stati presentati come "Escargot Horror"? Non credo.
Ecco, avete capito il concetto. Già categorizzare l'horror italiano affiancandolo alla cucina tipica mi pare una mossa di discredito. Come faccio a lasciarmi coinvolgere da sangue e squartamenti, se già l'espressione "Spahetti Horror" mi rimanda all'immagine di Sordi in canotta, che si abbuffa di pasta?
Certo, Shakespeare ci insegna che una rosa è una rosa anche con altro nome. Ma io lavoro in pubblicità e quindi questa cazzata non me la bevo.

Campanilismo lessicale a parte, che dire: gli stranieri c'hanno ragione eh. Al FrighFest l'Italia non ha certo brillato. E non ha brillato per una ragione molto semplice: il buon Tulpa di Zampaglione non è riuscito a far dimenticare il pessimo Paura 3D dei Manetti Bros. Ragazzi tanto simpatici, per carità. Giustappunto, la compagnia ideale per il famose du spaghi, ma non per il famme invocà la mamma.
Ma vediamo il perché - il perché la platea dopo un po' ha smesso anche di ridere, e si è ritirata in un silenzio di sconforto.



Paura 3D, l'Italian Shame.

Iniziamo con gli aspetti positivi? Facciamo subito, ce ne sono solo due.
1) il film si apre con una cupa voce fuoricampo che introduce i fatti, scelta in cui io ho visto una grandissima citazione di Mr Argento: "Jennifer, dal Nuovo, era giunta nel Vecchio Mondo. E quella sarebbe stata la sua prima, memorabile notte nel pensionato femminile Richard Wagner". Tratto da Phenomena, ovviamente. E certo che lo so a memoria, che domande.
Se poi questa anziché una citazione si scopre essere una semplice coincidenza, le cose belle di Paura 3D si riducono a una:
2) lo SPUNTO della sceneggiatura. Ci tengo a chiarire: solo lo SPUNTO, perché la sceneggiatura in sé è incommentabile. Ma la stessa storia, messa in mano a qualcuno che sa fare il suo lavoro poteva dare vita a un bel film.
Questo lo SPUNTO: riccone insospettabile tiene segregata nella cantina della sua villa una giovane donna, che poi si scopre esser stata rapita da bambina e aver sviluppato una classica sindrome di Stoccolma. Ovviamente dicendovi questo vi sto spoilerando tutto il film, ma fatemi capire: avevate mica intenzione di guardarlo?
Alcuni dettagli aggiuntivi per scoraggiarne la visione: la soundtrack di questo - ricordiamolo - HORROR è affidata al RAP. RAP fatto in ROMANESCO. La platea del FrighFest era composta al 90% da inglesi, fortunelli loro. Ma io, che Dio mi protegga, io ho capito tutto. E quella roba stava in un horror come l'olio di fegato di merluzzo sta sulla Nutella.
E poi, gli attori. Gli attori - escludendo Servillo, a cui probabilmente hanno rapito un parente per costringerlo a recitare in questo film - sono dei cani. E sono sicura che leggendo ciò parecchi chiwawa si riterranno offesi. Considerate che Paura 3D è stato proiettato in lingua originale, per cui gli inglesi non hanno potuto cogliere questo "dettaglio". E ciò nonostante sono rimasti basiti sulle loro poltroncine. Fate un po' voi.


E poi, per fortuna, c'era Tulpa.


Tulpa, l'Italian Pride.

Se il nome di Federico Zampaglione vi evoca solo versi come "Perché siamo due destini che si uniscono", aggiornatevi. E aggiornatevi con questo.
Zampaglione, come ogni psicopatico che si rispetti, è passato dritto dritto dalla musica melensa al cinema horror. Che Dio lo benedica. Perché senza Tulpa - la sua seconda opera macabra - l'Italia sarebbe uscita dal FrighFest come esce la moda americana dalle puntate di Beautiful. Una merda, appunto.
Ora, non sarà Tulpa che ci farà tornare agli anni ruggenti di Dio Dario, ma è un primo passo in tal senso.
Trama: Lisa - Claudia Gerini - è un'impeccabile donna in carriera che la sera, come anti-stress, si reca nell'esclusivo club Tulpa per fare sesso con perfetti sconosciuti. E già qui, io annuivo con comprensione. Ma il sesso con Lisa si scopre letale: tutti i suoi amanti - uomini e donne, perché le scene lesbo ci stanno sempre bene - finiscono assassinati. Al che Lisa inizia a investigare eccetera eccetera. Un bel giallo con tocchi splatter da maestro. La mia morte preferita include una giostra e del filo spinato, per dire.
E il colpo di scena finale, se non è proprio all'altezza di Profondo Rosso, almeno ci si avvicina parecchio.
Quindi voi direte, perché non stiamo gridando al capolavoro? Eh. Perché Zampaglione un errore l'ha commesso. E anche grande, considerata la platea che aveva di fronte: ha fatto recitare tutti in inglese. E lo sapete, come noi italiani parliamo inglese. The killer is on the table, in pratica. Per cui magari durante una scena tesissima ci scappava la risata alla prima sillaba, e tutto si ammosciava.
Un vero peccato, ma un peccato a cui si può ancora rimediare con un bel doppiaggio dell'ultimo momento. E speriamo che, per quando arriverà nelle sale, Tulpa ci faccia aprire bocca solo per urlare.

mercoledì 29 agosto 2012

Fright Fest 2012. Dove ogni giorno è un buon giorno per morire.


Sicché, Blood and Tears è stato al Fright Fest. Vale a dire: Londra, Empire Cinema, cinque giorni (quattro, per una poveretta che doveva tornare al lavoro) di maratona horror 10 a.m. – 2 a.m. Tra anteprime mondiali e vecchie glorie.


I sentimenti prevalenti, al rientro, sono nell’ordine: nostalgia totale, entusiasmo rinnovato per decapitazioni ed epidemie zombie, stanchezza (tanta, tanta da far sanguinare gli occhi), diffidenza verso tutti e tutto – il Fright Fest infatti insegna che ogni essere più o meno umano e ogni oggetto teoricamente inanimato possono essere causa di morte violenta. In pratica, torni dal Fright Fest che sei diventata un Paranoid Parrot. 

Adesso, pian piano, raccoglierò le idee, gli appunti e le foto da paparazza. E fornirò delle recensioni degne di questo nome. Di quali visioni, ve lo dico subito però:
- FILM Non c’è storia: ovvero, il migliore dell’intero Fright Fight secondo la mia personalissima e giusta opinione;
- FILM LOL&OMG: ovvero, miglior uso della combo ironia&splatterosità;
- FILM Me la faccio addosso: devo spiegarlo? Il film che non vi farà dormire per almeno un paio di giorni;
- FILM Italian Pride e FILM Italian Shame: per capire che figura ci facciamo all’estero.

Film a parte, ecco, lo Sposerò Dario Argento Project è fallito miseramente. L’ho avvicinato, ma niente: una timidezza improvvisa mi ha impedito di illustrargli la mia dote e il mio anulare nudo. 


In compenso, dopo aver assistito alla sua intervista, l’amore è cresciuto a dismisura. Ecco un paio di uscite che vi faranno capire perché.

DOMANDA: “Sai che in USA stanno girando il remake di “Suspiria”? Il regista ha dichiarato che il suo sarà molto più psichedelico dell’originale”.
DARIO: (scoppia a ridere) “Ok. Che ci provi”.

DOMANDA: “Dario, cosa ne pensi degli altri horror italiani degli anni ’70, ti piacciono?”
DARIO: “E’ una domanda difficile…No”.

DOMANDA: “Secondo te, cosa si può fare perché il cinema horror italiano ottenga più riconoscimenti all’estero?”
DARIO: “Fare film migliori”.

Vedete? È Dio e sa di esserlo. Applausi.

E sempre a proposito di Sono una groupie, non sono una santa, al Fright Fest ho conosciuto un certo Tom Six. Si, lui: la mente dietro, davanti e nel mezzo dello Human Centipede, I e II.
Che dire: disponibile, sorridente e gentilissimo. Non vi aspettereste mai che appena voltate le spalle vi metta doggy style, per cucire la bocca di uno sventurato al vostro ano.

Detto ciò, dopo questa esperienza avverto un certo qual bisogno di rivedere l’intera filmografia di Meg Ryan come compensazione. E si, anche di dormire qualche oretta.
Ancora un grazie all’ottimo Nanni Cobretti de I 400 calci, mio compagno di incubi in questi giorni. E buonanotte, signori. Cercate di restare vivi fino ai prossimi post. 

mercoledì 11 luglio 2012

Meglio cambiare quartiere. Notting Hill.





Notting Hill, how do I hate thee? Let me count the ways. Sì, perché a me ‘sto film non va proprio giù.


Anzitutto c’è Julia Roberts. Basterebbe questo, a parer mio. E va bene che la cavallona ha recitato, e benissimo, in “Pretty Woman” e “Il matrimonio del mio migliore amico”, che io adoro, però questo non vuol dire che noi si debba continuare a sopportare inquadrature su inquadrature delle sue otturazioni. Julia, se proprio vuoi far vedere a tutti che ogni anno spendi dal dentista l’equivalente del debito di un paese africano, ci sono luoghi più adatti dello schermo di un cinema. Toh http://www.fdicongress.org/. Se puoi riportami l’accappatoio dall’albergo, grazie.
When you say nothing at all. Ogni volta che la sento ho voglia di chiamare Sharon Stone e implorarla di usare il punteruolo contro i miei timpani. Non la disprezzo per snobismo, sia chiaro: io avevo 15 anni quando i TT si sciolsero (non sapete per cosa sta TT? Ma campate ancora?), ed ero a S.Siro lo scorso luglio quando hanno fatto il concerto della vita e ho urlato il mio amore adolescenziale a Jason e Howard, e ho cantato con tutta la mia anima Back for good. Io la disprezzo perché mi fa proprio vomitare.
Witticism. Or lack thereof. Quel misto di arguzia e intelligenza che gli inglesi sembrano avere nel codice genetico e che probabilmente gli passano fin da piccoli col porridge. Ecco. Qui è moscissimo. E la cosa mi fa incazzare, perché lo sceneggiatore è il britannicissimo Richard Curtis, Cristo santo! L’uomo dietro Mr. Bean. 4 matrimoni e un funerale. Bridget Jones. Richard, non eri ubriaco mentre scrivevi?
I vestiti. Non si può fare un chick flick senza infilarci almeno una mise degna di nota. Una, non cento. Non voglio “il diavolo veste Prada”, ma manco “Ladri di biciclette”.
124 minuti. 1-2-4 minuti per un plot che si potrebbe risolvere in 40. Rivoglio la vita che ho perso mentre lo guardavo.
Il potenziale sprecato del plot: la persona comune che incontra e corona il sogno d’amore col vip. Richard. Noi bambine iniziamo a sognare di accoppiarci con i personaggi famosi più o meno a 7 anni e 4 mesi. Io incontro Jude Law almeno una volta a settimana, per dire (il fatto che incontri uno con quel cv amoroso, quando in giro ci sono ottimi fighi e partner fedeli tipo Brad Pitt, la dice lunghissima sulla mia totale e irrimediabile incapacità di giudizio quando si tratta di uomini. Qualcuno mi salvi da me stessa). Dicevo, lo facciamo di continuo, e con ricami di sceneggiatura che tu ti sogni. Per tutta la vita rimane uno dei 2 desideri fissi da chiedere a geni e fate turchine. Il secondo è cancellare il grasso da ogni cellula del nostro corpo. Un po’ di sforzo in più, che diamine!
Però. Siccome sono buona, aggiungo i 4 motivi per cui non fa totalmente schifo.
Rhys Ifans che si guarda le chiappe allo specchio. Oh, mi fa ridere, sarò un animo semplice.
Cavalli e segugi. Probabilmente la migliore – se non unica – gag del film.
Hugh Grant. È vero, fa come sempre l’imbranato, mentre lui secondo me rende meglio come stronzo, quale è la sua vera natura, tipo in Bridget Jones. Ma io lo amo dal 1994, prostitute o meno. E continuerò a farlo.
Londra. Lo dice Cesare Cremonini, amiamo l’Inghilterra; lo dice il fatto che quando inizi a farfugliare di voler vivere all’estero, il primo estero che nomini è sempre lei. Non mi importa  che dopo questo film siano iniziati i pellegrinaggi a Portobello e le foto brutte delle sue casette colorate (tossisce imbarazzata). Londra val bene tutto, anche 1000 brutti film.