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mercoledì 30 gennaio 2013

“Non stamo a fà Kubrick” (cit.): The Carrie Diaries.

Uh, la so io! La so io!
La minigonna, il rock, la droga leggera, la droga pesante: sono solo alcuni dei fattori che, di volta in volta, sono stati accusati di corrompere le nuove generazioni.
Fattori nel complesso più che dignitosi. Specie considerato il fatto che, se la mia generazione è una merda, lo dobbiamo invece a "Sex and the City".
Un telefilm che ha convinto la casalinga quarantenne di Francavilla al Mare ad atteggiarsi come un’escort ventenne di Manhattan. Aspettandosi peraltro di non essere per questo sbeffeggiata, né presa a schiaffi, bensì ammirata da amiche e spasimanti. Insomma, non so se si è capito: io credo fermamente che Sarah Jessica Parker debba fare la fine di Giordano Bruno.
Ora, sfruttando questo spazio come mezzo didattico, andiamo a sfatare alcune cagate che "Sex and the City" ci ha messo in testa:
1) l'autoerotismo femminile non è un gradevole argomento di conversazione; salvo rarissime eccezioni, riassumibili nell’ipotesi “Maniaco che vi paga per parlarne”. Altrimenti, agli occhi di amiche e accompagnatori non apparirete libere, disinibite e Carrie Bradshaw: ma semplicemente delle poverette.  
2) Nemmeno la vostra vita sessuale a due o più è un topic particolarmente avvincente. Soprattutto se, come nel 90% dei casi, essa viene ammantata di immaginazione e significati inesistenti. Leggi: se lui il giorno dopo non vi richiama e di questo fatto parlate per più di dieci minuti, la gente non vi elegge a drama queen, ma piuttosto a palla al cazzo.
3) L’amico omosessuale non vi offre i suoi saggi consigli perché vi adora: lo fa perché gli fate pena.
4) Quattro donne adulte che bevono Cosmopolitan in un bar e sghignazzano come tredicenni dopo il primo bacio non sono cool: sono…buon Dio, non esiste un termine abbastanza dispregiativo per questo.

Sicché, alla luce di tutto ciò: avevamo davvero bisogno di un prequel di Sex and the City? Attenzione perché è una domanda trabocchetto.
La risposta giusta è: ovviamente no, tuttavia.

Tuttavia n.1: “The Carrie Diaries”, rispetto a “Sex and the City”, rivela subito un enorme upgrade: qua non c’è Sarah Jessica Parker. Grazie al cielo, gli sceneggiatori stavolta si sono messi una mano sulla coscienza: se per anni ci hanno spacciato una cozza sfiorita per rampante trentenne, oggi non se la sono sentita di affidare a SJP il ruolo di adolescente tutto pepe. Sì, perché “The Carries Diaries” ci mostra la vita della futura giornalista (o scrittrice? Qualcuno ha mai capito, di preciso, come Carrie si pagasse l’affitto?) ai tempi del liceo. Ancora non corrotta dalle altre tre carampane, insomma. E il ruolo da protagonista se l’è beccato AnnaSophia Robb – in pratica, la sosia di Lindsay Lohan negli anni pre-cocaina. 

Tuttavia n.2: la serie è ambientata nel 1984. Questo significa poster dei Joy Division alle pareti, Modern English della colonna sonora, tulle e pizzo come se non ci fosse un domani. Insomma, rispetto a “Sex and the City” qui c’è tutto un piacevole contorno che ci distrae dal fatto che la sceneggiatura sia feccia.
Tuttavia n.3: Carrie qui è minorenne. Sapete cosa significa? Che non può bere Cosmopolitan. E che con le amichette parla del perdere la verginità, non del fare sesso anale con uno sconosciuto mentre sua moglie guarda. Converrete, un bel passo avanti.
Al che potreste chiedervi: ma quindi, che minchia fa questa Carrie giovane? Niente di interessante: va a scuola, è stagista in uno studio legale di Manhattan, sogna di sfondare nella Grande Melzzzzzzzzzzzzz
Scusate, la trama è così adrenalinica che mi assopisco solo a pensarci.


Ma rendiamoci conto del grande traguardo raggiunto da questo telefilm: nella sua completa nullità, nella sua totale assenza di ragion d’essere, esso riesce comunque a risultare molto meglio di “Sex and the City”.


martedì 29 gennaio 2013

Paura e delirio in UK. Eden Lake.


Ringraziatemi. Perché in questo post parlerò di un film con Michael Fassbender. Per cui avrei potuto infarcirlo di frasi tipo “Fassbender, l’attore che ha sfondato con Shame”. O “Fassbender, l’attore noto per le sue colossali interpretazioni”. O anche “Fassbender, le cui performance sullo schermo lasciamo sempre a bocca aperta le spettatrici”. Ma non lo farò. Naturalmente non perché io abbia imparato a esprimermi senza ricorrere a espressioni triviali. Ma semplicemente perché, per quanto la recitazione di Fassbender sia – come sempre – appagante, c’è Kelly Reilly, ossia la coprotagonista, che brilla persino più di lui. Brilla per quanto glielo consentano i chili di fango di cui è cosparsa per buona parte del film, mentre si rotola per il bosco nel tentativo di salvarsi la delicata e diafana pelle.

“Eden Lake” è una piccola perla che non mi aspettavo. È come quando apri il pacchetto di figurine e trovi proprio quella che ti manca, come quando mangi la torta in cui hanno messo dentro l’anello, e tu hai il culo di trovare l’anello, come quando fai tombola e hai solo una cartella mentre gli altri ne hanno 37.

Kelly Reilly è Jenny, dolce maestra d’asilo tutta sorrisi e lentiggini. Ad attenderla fuori dalla scuola c’è Steve, aka Michael. Con un gigantesco range rover. Non tutti si fanno il macchinone per compensare. C’è chi lo sceglie per proporzionalità diretta. Steve, cotto come una porcellana di Capodimonte, vuole portarla fuori per un week end romantico perché, sorpresona, vuole chiederle di sposarlo. Bravo Steve! Salvo scegliere, come set per il racconto che lei ripeterà fino alla nausea alle amiche, un cacchio di lago isolatissimo, dove sistemarsi con una tenda e un sacco a pelo. Idiota Steve! Per farvi capire, un posto dove lui è stato con i suoi amici e dove si sono ubriacati. Campeggio. Amici. Alcol. Come fa a venirti in mente di portarci il tuo amato bene, lo sa il cielo.

Kelly, che scema non è, capisce dai primi fotogrammi che non è la migliore delle idee. Voglio dire, siamo donne: ci accorgiamo di un dannato pisello sotto sette materassi, volete che non notiamo un grosso problema che si aggira fischiettando nei pressi dell’entrata delle nostre chiappe?

Comunque, i nostri si accampano, e poco dopo vengono raggiunti da un simpatico gruppetto di adolescenti e pre-adolescenti del luogo. Il tipo di ragazzi che ti fa venire voglia di farti annodare le tube. E il tipo di inglesi che, se vedono Hugh Grant, se lo schiacciano sulla fronte tipo lattina di birra. Con quell’accento dolce come una passata di carta vetrata sui bulbi oculari.

Cosa volete che facciano degli adolescenti, se non frantumare la minchia di una povera coppia che sta lì senza dar fastidio a nessuno? Frantumano la minchia, per l’appunto. Ma mentre Kelly, che ormai abbiamo appurato dal primo minuto essere quella intelligente della coppia, preme per andarsene senza scene, quel genio di Steve si comporta da maschio e reagisce. Idiota Steve!

Perché, tra la coppia e i sei adolescenti, inizia un inseguimento che vi farà venir voglia di correre nei boschi durante la stagione di caccia e fare da scudo ai tordi col vostro corpo nudo e inerme. Gli horror, in linea di massima, hanno un andamento a onda: relax-salto sulla sedia-relax-salto sulla sedia. L’ottimo regista James Watkins, invece, si e ci assesta su un livello di ansia tremendo e costante. Stai lì, e tifi per la povera coppia con la stessa desolata speranza che avevano gli interisti prima di Mourinho. Ma soprattutto tifi per Kelly, a cui all’inizio non avresti affidato manco un maglione infeltrito, e che invece lotta con una tigna che vorresti avere tu quando sei in fila alle poste con i vecchi che tentano di superarti da ogni angolo. Kelly scappa, si tuffa, si infila nella pattumiera, si fa certi tagli e con certi oggetti che quelli di Real Time potrebbero tirarci fuori 10 programmi. E sapete perché? Perché Steve, mentre sono in fuga e più morti che vivi, le chiede di sposarlo e le dà l’anello. E la consapevolezza che se sopravvivi ti sposi Fassbender, credetemi, deve darti tanta di quella adrenalina da risuscitare 5872 Mia Wallace.

giovedì 17 gennaio 2013

Una quotidiana guerra con la razionalità. 10 film per quei giorni prima di quei giorni.

Allora, aspettate che aggiorno la lista delle cose da fare prima di morire…Ecco qua: “Citare Pezzali in un post che parla di crisi premestruale”. DONE. Ora possiamo iniziare.

O anche no. Forse non mi va più di scrivere questo post. Non lo so, lasciatemi stare, non mettetemi pressione, vi odio, adorabili lettori del mio cuore, non vedo l’ora di condividere con voi queste righe.

Ecco, in sintesi funziona così. All’avvicinarsi di quel periodo che un celebre ed elegantissimo spot di assorbenti suggeriva di indicare come “il mar Rosso”, neuroni, ormoni e umori femminili si ritrovano catapultati su una montagna russa manovrata da una scimmia sotto LSD. Le conseguenze pratiche del fenomeno sono innumerevoli: si va da un surplus di emotività



a un totale deficit di caratteristiche umane.


E nella maggioranza dei casi, il passaggio tra questi due estremi avviene nel giro di dieci minuti.

Naturalmente, le peggiori vittime della PSM non siamo noi, quanto le persone che ci circondano: dall’ormai rassegnato compagno di vita all’ignaro vecchietto che sul tram ostruisce l’uscita proprio in prossimità della nostra fermata. Che Dio lo protegga.
Tuttavia, come Sartre ci insegna, l’inferno sono gli altri. E poiché lo sono specialmente in giorni in cui non c’è Moment che tenga, in questo spazio non ci cureremo di questi poveretti ma di noi. Ovvero: come può il cinema aiutarci a TAMPONARE la PMS?
Datemi un attimo che dalla To do list spunto anche “Infilare qua e là battute di pessimo gusto sulle mestruazioni”.

Dicevamo: dall’alto della mia quasi ventennale esperienza di donna premestruata, mi accingo ora a stilare un elenco dei 10 film che puntualmente, mese dopo mese, mi aiutano a sentirmi meno in guerra col mondo.

1) The Holiday – L’amore non va in vacanza
E come al solito, un applauso ai traduttori del titolo: grazie per il pensiero, eh, ma non dovevate. Letteralmente.
Trama: due sconosciute, una di L.A. e l’altra della sperduta campagna inglese, decidono di scambiarsi la casa durante le vacanze natalizie. Entrambe per sfuggire a una vita che va a rotoli.
Guardalo perché: ti mostra come, in lasso di tempo che va dalla vigilia di Natale a Capodanno, una donna possa ritrovare se stessa, cambiare totalmente la propria scala di valori, sentir bussare alla propria porta nottetempo e imbattersi in Jude Law ubriaco e pronto per essere molestato.

2) In her shoes – Se fossi lei
Giuro, non nutro un’ossessione lesbo per Cameron Diaz, è lei che continua a recitare in film ideali per il pre-mestruo.
Qui si parla di due sorelle che più diverse non si può: una bella, superficiale e disoccupata, l’altra bruttina, profonda e workaholic. Entrambe infelici naturalmente, altrimenti non ci sarebbe sviluppo narrativo.
Guardalo perché: questo film insegna che per trovare serenità, amore e lavoro devi fare esattamente l’opposto di ciò che credevi. In sintesi: finora hai sbagliato tutto, scema! Ma hey, non è mai troppo tardi per cambiare.

3) Misery non deve morire
Beh, che dire: Annie Wilkes è la dea di ogni donna con le palle girate, dal livello base al livello “Ti riduco le gambe a due moncherini”.
Guardalo perché: ti spiega che anche se sei brutta e pazza puoi avere la meglio sull’uomo dei tuoi sogni. Basta un po’ d’astuzia. E anche un martello non guasta.


4) She Devil – Lei, il diavolo
Oh, questa è proprio una perla vintage ripescata dai ricordi di infanzia. Qui succede che: donna obesa viene tradita dal marito belloccio con famosa e ricca scrittrice di romanzi porno soft. Ma lei la prende con filosofia: stila una lista di tutte le cose positive nella vita dell’uomo e, una dopo l’altra, le distrugge meticolosamente. Una sorta di Kill Bill senza sangue.
Guardalo perché: Meryl Streep nel ruolo di scrittrice di Harmony è bravissima e ti fa ridere nonostante i crampi all’utero. E, ovviamente, perché ripasso dell’arte della vendetta non fa mai male.

5) Viale del Tramonto e 6) Un tram chiamato desiderio
Ad accumunare questi due capolavori non è solo il bianco e nero: entrambi affrontano l’importante tematica della decadenza femminile. Anche nota come “invecchiamento”. Un fenomeno considerato dagli uomini come naturale parte della vita e vissuto invece dalle donne come intollerabile offesa personale.
Guardali perché: o gioisci pensando che nonostante la PMS ti resta sempre la giovinezza, o impari un paio di trucchetti per sedurre nonostante l’età. Spoiler: molti di questi trucchetti includono la follia.

7) Una donna in carriera
Cosa c’è di peggio dell’avere un lavoro senza prospettive? Avere un capo che ti ruba le idee spacciandole per sue e un fidanzato che ti tradisce mentre sgobbi al lavoro, ecco cosa.
Guardalo perché: che sciocche, noi pensavamo che per diventare manager occorresse un CV all’altezza! E invece no: per passare dall’essere una segretaria all’averne una personale basta conquistare Harrison Ford. 


8) The Loved Ones

9) The Hole
Ricchi teenager si rinchiudono in un bunker sotterraneo, per un private party davvero private. Entrano in quattro, ne esce viva una.
Guardalo perché: questo film ribadisce ancora una volta che noi donne siamo invincibili. Non solo riusciamo a escogitare piani di seduzione rocamboleschi e si, a volte un tantino illegali. Ma riusciamo anche a ingannare tutti con il nostro bel faccino e uscirne libere e felici. Come la farfalla di un altro delicatissimo spot Lines.

10) Favola
Già. Proprio quello. Il film con Ambra. E adesso non facciamo finta che l’ho visto solo io.
 

Guardalo perché: beh, mi pare ovvio. Questo film ti ricorderà che non importa quanti brufoli ti stiano spuntando, né quanto fastidiosa ti appaia in questi giorni l’umanità. C’è una cosa meravigliosa che niente e nessuno potrà mai toglierti: il fatto di non essere più la ragazzina che eri in quei vergognosi anni ’90. Focalizzati su questo pensiero, e il vecchietto molesto sul tram per stavolta potrebbe cavarsela.

venerdì 11 gennaio 2013

Casa uccide, ma non ruba.



Ci sono abitazioni in cui si sono perpetrati gli orrori più grandi, che hanno visto lacrime, disperazione, dolore, terrore e condizioni drammatiche. Ma qui non stiamo parlando degli appartamenti dove finiscono gli studenti fuori sede. Parliamo delle case dei film di paura. E siccome questo è un blog di pubblica utilità, e magari in questo momento avete in mente dei lavoretti a casa, un trasloco, un mutuo etc., oggi scopriremo come rendere horror-proof queste quattro mura, diventeremo esperti del feng shui anti-omicidi, coibenteremo contro freddo, caldo e maniaci. Iniziamo.


1)   Il terreno. La casa, si sa, deve sorgere da qualche parte. Scartando i fagioli magici, rimane la cara vecchia terra, che come ci ha insegnato Rossella nel lontano 1939, è la cosa più importante: comprate terreni che non sorgano vicino o su ex cimiteri indiani, vedi “Cimitero vivente”. Se pensate di cavarvela perché ci andate solo temporaneamente, riguardatevi “Shining”.

2)    Inquilini precedenti. È un po’ come i fidanzati: se ti pigli uno che tradiva, rischi che rifaccia lo stesso. Vale uguale per i massacri. Aspettatevi voci che vi spingono a impugnare il coltello per affettare vostro figlio, oltre alle verdure per il minestrone, spiriti che si impossessano di voi con la stessa ferocia che voi applicate durante i saldi, insomma, aspettatevi qualcosa di brutto. “Amityville Horror”, “American HorrorStory”, “The others”.

3)    I bambini. Se avete letto questo post, sapete che i bambini per i demoni sono un terreno più fertile delle quindicenni inglesi. Quindi niente bambini. Se però il bambino è normale, può rivelarsi molto utile: le creature sono un po’ come i topi, sentono il pericolo prima degli adulti. Si tratta di attaccarne uno al soffitto tipo salvavita beghelli, e voilà. Se inizia a dire che ha paura e si lamenta, cambiate casa, come avrebbero dovuto fare in “The orphanage”.

4)   L’elettricità. Perché l’elettricità alimenta la tv e il videoregistratore, e sia mai che infilate la videocassetta sbagliata, come in “The ring”. Perché l’elettricità alimenta il telefono, e sia mai che, come in “Scream”, l’assassino vi chiami per giocare al gatto col topo. Perché l’elettricità passa nelle prese di corrente, e sia mai che ci infilate le dita dentro. Ergo, usate le candele. Sì, lo so, c’è il rischio incendio. E che ve devo di’, fate attenzione.

5)    I vetri e le porte. In sostanza, le aperture verso l’esterno della casa. Gli assassini li vedete sempre riflessi nei vetri. Saltano su da dietro la finestra, e se non riescono a sfondarla, vi fanno venire un crepacuore comunque. Oppure si piazzano dietro le porte, pronti ad assalirvi appena girate l’angolo. Se non ci credete guardate “The darkness”. Va da sé che, se siete così scemi da esservi messi in casa delle porte-finestre e magari delle pareti di vetro, la morte è ciò che meritate. Andiamo. Dei ridicoli vetri per proteggere i vostri soldi, la vostra famiglia e soprattutto scarpe e vestiti?

6)    Le pareti e le stanze. Chi vuole farvi fuori non va certo a piazzarsi nel corridoio. Soffitte, bagni, salotti, cantine. In “The grudge” gli assassini sono peggio dei bacarozzi, te li ritrovi in ogni stanza, pure nella vasca. Ne “La casa dalle finestre che ridono”, il luogo più sicuro sono le valli di Comacchio, almeno lì se la vedono solo con le zanzare. Corridoi. Casa deve essere un unico, sgombro, gigantesco corridoio. Manco dei separè in carta di riso dovete fidarvi.

7)    Il letto e i mobili. C’è un motivo se da bambini controllavamo sotto il letto. E quel motivo lo trovate in “Bed time”. Sconsiglio il pagliericcio, punge e ci trovate gli insettini. Imparate dai cavalli, dormite in piedi.

8)    Le scale. La cosa in assoluto più pericolosa che troverete in una casa. Come dice il proverbio, la vita è fatta a scale, c’è chi scende e c’è chi muore. Sì, perché salire le scale significa morire. Casa deve essere su un unico piano. Se optate per le scale, tanto vale che andiate in giro con un foglietto dove è scritto con quali abiti volete essere seppelliti e a quale associazione pro gatti volete lasciare il vostro patrimonio. Non mi metto a dirvi in quali film qualcuno sale dei gradini. Succede in tutti. E in tutti qualcuno muore. Riconoscerete un sillogismo quando ne vedete uno, no?



Insomma, se cercate una casa sicura, orientatevi verso una soluzione così.


martedì 8 gennaio 2013

L’horror è negli occhi di chi guarda. Young adult.


- Can you imagine still living in Mercury?

Trapped with a wife, and a kid, and some crappy job?

It’s like…he’s a hostage.



- Yep. We’re lucky we got out. We have lives.


Lo pensate anche voi, vero? Pubblicitarie, editor, fotografe, social media expert che scappomiaspettanoinagenzia/inredazione/sulset: questo è esattamente ciò che una donna più o meno in carriera, abbandonato il paesello natio, pensa del proprio ex rimasto in provincia.


Beh, giovani amiche, un piccolo spoiler: è esattamente ciò che la donna pensa, fino al Grande Spartiacque (di qui in poi, il GS). Non fate le gnorri, avete capito benissimo cosa intendo: la trentesima candelina.

N.B. Che poi questa faccenda della candelina, superati i vent’anni, diventa puramente metaforica. Voglio dire, fateci caso: anni compiuti e dimensioni della torta si fanno via via inversamente proporzionali. Mica perché festeggiare con un unico, bellissimo cupcake ci pare très chic: è semplicemente una scusa per sbarazzarsi dello spazio destinato alle candeline.

Comunque sia, dicevamo: il GS e l’improvviso cambio di prospettiva che esso comporta. Improvviso, irrazionale, certamente stupido. Eppure inevitabile. Il giorno prima sei felicissima del tuo monolocale in centro, del tuo lavoro pieno di prospettive, dei tuoi pasti così effortless…E si, anche della tua libertà sentimentale. Che essere single è bello: non siamo forse la generazione cresciuta a pane e Carrie Bradshow?

Peccato che all’alba del trentesimo compleanno – o allo scoccare della mezzanotte, se ha voluto festeggiare come la giovane che non è – la donna di colpo si rende conto che:
- abita in un soppalco con topaia sotto;
- ha un lavoro pagato in promesse anziché in euro;
- segue una tabella nutrizionale che va dall’aperitivo al Quattro salti in padella;
- la vera libertà di cui gode è quella offerta dai social network, che le permettono uno stalking selvaggio dell’ennesimo uomo desaparecido.

E da quel momento in poi, la vita del suo ex-amore del liceo - villetta in provincia con moglie, prole, cagnolino e lavoro fisso – non appare più alla neotrentenne come l’incubo a cui è miracolosamente scampata. Ma come il sogno da raggiungere con ogni mezzo. Umiliazioni incluse.


Per cui, scusate, ma alla luce di queste amare verità, “Young adult” sta alla commedia come Leopardi al Bagaglino.
Diablo Cody, che odi et amo et soprattutto invidio: chapeau. Tu nemmeno lo sai, ma con “Young adult” hai creato l’horror più spaventoso del 2011. Spaventoso perché apocalittico e realistico al tempo stesso. Insomma, roba che dopo la visione vi conviene mettere su “Mary Poppins”, per compensare lo sconforto.

Il film: Mavis non si strucca prima di andare a letto. Mavis fa colazione con Coca Light e sigaretta. Mavis dorme con una T-shirt di Hello Kitty. E con uomini di cui non ricorda il nome.

Mavis ha trentasette anni.

 
E se fin qui, cara lettrice, hai annuito identificandoti con passione, mi tocca deluderti: Mavis è Charlize Theron. E tu – noi – no.
Per cui ecco, preparati a lacrime di paura. Perché quando vedrai Mavis strisciare ai piedi dell’ex felicemente sposato, mettere in atto rocambolesche strategie di riconquista degne di “Cruel Intentions”, umiliarsi di fronte a compaesani ed ex compagni di liceo, solo per venire poi inevitabilmente respinta, la morale che ne trarrai sarà:
“Ma…se succede QUESTO a Charlize…cioè…allora IO…(completare la frase con scenario apocalittico personalizzato)”.

giovedì 20 dicembre 2012

All is full of Christmas. Love actually.


La prima volta che ho visto “Love actually”, non ero nelle condizioni ideali. Il titolo fa abbastanza intuire l’argomento, e che un film simile tu debba vederlo con le amiche, o con un fidanzato dotato di un grave senso di colpa al momento dell’uscita nelle sale. Dicevo, la prima volta che l’ho visto, mi trovavo temporaneamente a Londra, con il di-allora-fidanzatino Molto Oltre Manica, così come le amiche. Andai al cinema da sola. E mi piacque. Oh, se mi piacque. Anche da sola, anche non capendo tutte le battute. Continuo a ripetermi, a sperticarmi sul Regno Unito, ma ormai l’avrete capito: diamine, questi qui ci hanno dato Shakespeare! Ci hanno dato la banoffee pie! Ci hanno dato il brit pop! Il tutto, tra l’altro, con un accento così snob che se ci penso mi attacco alla gamba del tavolo tipo cane. Certo, ci hanno anche dato diversi microbi con ogni viaggio fatto in terra d’Albione, ma che volete che sia un po’ di sporcizia di fronte all’Immenso?

E quindi, Love Actually lo dovete vedere. Perché È il film di Natale. Non mi importa di quante volte replichino “Una poltrona per due”. Io voglio quella pletora di pelle rosata e denti storti che sono gli inglesi. Dovete capire che per me Natale è una faccenda seria. Io amo il Natale. È il periodo dell’anno che preferisco. Crocifiggetemi pure, tanto a Pasqua risorgo. Amo il fatto che mia madre, detta dal mio migliore amico “la vetrinista”, addobbi casa in un modo che farebbe piangere di vergogna le visual merchandiser di Selfridges. Amo il fatto di mangiare e bere come se il giorno dopo mi dovessero trapiantare il fegato di un quattrenne. Amo vedere la gente che si sforza, che ci mette impegno, code, sudate, per prendere quella cosa perché sa che farebbe felice quel qualcuno. Amo vedere le persone che si sforzano per far felici mi altri. Mi trasmette fiducia. Lo so cosa pensano i cinici, “Ah, capirai, solo una volta l’anno e per la più commerciale delle feste”. È vero. È una volta l’anno. Pensate se non ci sforzassimo neppure quella volta.

Quindi, un film ambientato a Londra, nel periodo natalizio, con Hugh Grant, potrebbe – seriamente – non piacermi? Si vede che è fatto con amore. Amore per il risultato al botteghino, ma pur sempre amore. Nominateli a voce alta insieme a me: Hugh Grant, Colin Firth, Emma Thompson, Keira Knightley, Bill Nighy, Liam Neeson, Laura Linney, Alan Rickman, Rowan Atkinson, Billy Bob Thornton, Claudia Schiffer, Rodrigo Santoro, Denise Richards, Andrew Lincoln, Elisha Cuthbert. Per vedere così tanti attori di peso tutti insieme, l’unica alternativa è sperare in un disastro idro-geologico che li spinga a mettersi al telefono a chiedervi soldi. Poi la colonna sonora. Quell’insieme di canzoni pop melense mischiate a Joni Torcibudella Mitchell, che non potrebbe essere più perfetto. Non fate gli snob con me, lo so benissimo che quando siete al supermercato e si diffondono le note di Britney Spears non potete fare a meno di battere il tempo col dito sul carrello. E Hugh Grant. La sua faccia, la sua voce. Hugh Grant che si innamora di una che ha culo e naso come un maiale, e non mi importa, riesco pure a passare sopra al fatto che scelga una bruttona. Hugh Grant che fa Tony Blair (perché l’endorsement, quello che funziona, si fa così. Chiedeteglielo, a Tony, endorsato anche dalla Fielding in Bridget Jones). Perché è un film corale, e a me le storie che si intrecciano piacciono: il cantante fallito che risorge (il personaggio migliore), i due attori porno che si innamorano, il tipo innamorato della moglie del miglior amico, il primo ministro che rischia le alleanze per una sottana… E perché se c’è una cosa che gli inglesi sanno fare è far ridere, e se un film me lo fai scrivere E dirigere dalla mente dietro “4 matrimoni e un funerale”, “Il diario di Bridget Jones” e “Notting Hill”, beh, diciamo che stai in una botte di diamantite, quella dello scheletro di Wolverine. E poi, quella scena finale, Dio mio quella scena finale. Che mi fa iniziare a lacrimare come un vitello cui abbiano strappato la madre. Che ogni volta che sto in un aeroporto me la proietto mentalmente. E così ogni volta che sto in aeroporto lacrimo come la Madonna di Civitavecchia.

La vigilia dello scorso anno, finiva quella che credevo sarebbe stata la mia storia definitiva. Diciamo che l’anno scorso Natale non era proprio il mio periodo preferito. Qualcuno meglio di me ha detto che si è felici in miliardi di maniere diverse, ma che si soffre tutti nello stesso identico modo. Il dolore, come la paura, è universale. Durante le vacanze ero a Spoleto, dove la mia famiglia e i miei amici di sempre mi circondavano di ovatta e di parole per frastornarmi. Poi sono dovuta tornare a Milano, e alla nuova normalità. E grazie a Dio ci hanno messo mano loro: colei con cui questo blog è nato, e colei cui questo blog è dedicato. Per me hanno cucinato insuperabili ravioli di zucca con salsa di sottiletta, mi hanno presentato amici dalle professioni “artistiche”, mi hanno fatto spupazzare gatti riluttanti, hanno sfacchinato con me in quello che a oggi è il trasloco più duro della mia vita. Nel frattempo un anno è passato, le giornate hanno smesso di accumularsi, e hanno ripreso a trascorrere. Ed è di nuovo Natale. E io, questo Natale, lo amo di più: è vero, non avrò qualcuno da baciare sotto il vischio, ma ho chi mi tiene la scala mentre mi arrampico per mettere la stella in cima all’albero, e mi aiuta a non cadere.



Buon Natale. E che il fegato vi benedica.




mercoledì 19 dicembre 2012

Ti amo, poi ti odio, poi ti apprezzo: fenomenologia della Frenemy.


Frenemy: sostantivo femminile singolare, nasce dalla crasi tra Friend ed Enemy e indica quel personaggio ambiguo in cui ogni donna si imbatte nel corso della vita. Vita che la frenemy tenta in ogni modo di trasformare in inferno, senza tuttavia perdere il suo status di compagna di merende.
In sintesi: una delle tante prove dell’irrazionalità femminile.


Chiaramente il preambolo è a beneficio esclusivo del lettore Uomo. Che tuttavia, sono sicura, starà ancora lì a grattarsi in capo chiedendosi “Ma…scusa…se una si dichiara tua amica e poi si comporta da figlia di buona donna, perché non voltarle le spalle e amen, magari dopo una sana bottiglia spaccata in testa?”. Menti semplici che non siete altro.
Per capirci qualcosa, vi invito a dare uno sguardo a capolavori quali “Pretty Persuasion” e “Jawbreaker – Amiche cattive”.
Il fenomeno Frenemy è infatti stato ampiamente affrontato dalla chick flick, e queste pellicole in particolare potranno illuminarvi su alcuni fattori di base della faccenda.
     1) Nell’80% dei casi, la Frenemy è una ragazza molto, ma molto più bella di voi. Che tuttavia, inspiegabilmente, nutre insicurezze e sentimenti di inferiorità nei vostri confronti. E si, lo so, che quell’ “inspiegabilmente” denota una grande leggerezza di spirito da parte mia, ma hey: non c’è nulla di più profondo dell’essere superficiali,  (come disse Schopenhauer  me lo sono appena inventato).
    2) Andando a scavare, si scopre che in realtà l’aspetto esteriore è l’unica cosa di cui la Frenemy può andar fiera: sempre nell’80% dei casi, infatti, il soggetto in questione è un fail totale in campo lavorativo/scolastico/e soprattutto sentimentale. Fenomeno anche noto come Sindrome della Bella di Torriglia (si, quella che tutti vogliono, ma nessuno piglia). Il che spiega come mai, di fronte all’altrui successo, la stabilità emotiva della Frenemy crolla. Tentando di trascinare nel crollo anche voi. Ma come mai la vita privata di una ragazza così bella si rivela un tale fallimento?
   3) Mettiamola così: se la personalità della Frenemy fosse un colore, sarebbe il grigio topo del cielo milanese. Coinvolta in una conversazione, la Frenemy tirerà fuori i suoi unici cavalli di battaglia: la bellezza propria e la bruttezza altrui. Poi oh, è tutta apparenza: dentro questa donna con un palo nel didietro naturalmente si nasconde un Leopardi in hot pants, ma lei piuttosto che ammettere le proprie insicurezze preferirà morire zitella divorata dai gatti.
   4) Riassumendo: la Frenemy è una donna che finge di essere molto peggio di com’è davvero, subendone conseguenze negative senza tuttavia modificare il proprio comportamento. Ma facendo anzi di tutto per farsi odiare finanche dalla sua migliore amica. Emisfero sinistro, è stato bello conoscerti.

Questa, la teoria. Passiamo agli esempi pratici.

Pretty Persuasion. Kimberly, a.k.a. la Frenemy passive-aggressive

Kimberly (in pubblico):
Brittany and I are the best of friends.  We confide in each other.
Like the other day...Brittany confided that she feels dirty  when she masturbates.
But I told her it was normal and healthy, even when you do it as much as she does.


C’è Kimberly e c’è Brittany. E già dai nomi delle due protagoniste avrete intuito che ci troviamo nella patria degli intellettuali: L.A.Le ragazze sono belle, sono ricche e sono molto amiche. Finché Brittany, con nonchalance, ruba il ragazza dell’altra, scatenando in Kimberly un ciclone Frenemy che travolgerà mezza scuola. E non posso scendere nei dettagli, altrimenti vi rovino il montaggio alla Memento.Messa giù così sembra una trama del cazzo, me ne rendo conto. Ma questo film è in realtà una black comedy di tutto rispetto, più che un chick flick vero e proprio. Alla fine di tutto, ringrazierete Dio o chi per lui per il semplice fatto di non essere (più) una liceale.



Jawbreaker - Amiche cattive. Courtney, a.k.a. la Frenemy despota

Courtney
Never send a rose unless dyed black as a warning. And if one is sent to you, destroy it along with the sender. Emotionally of course. It's not like we kill people...on purpose.


Guardando Rose McGowan al giorno d’oggi, si sarebbe portati a pensare che il ruolo di Frenemy spetti di diritto agli anni che passano. Ma vi posso assicurare che quando uscì questo film – si parla del 1999 – Rose regnava come ape regina anche al di fuori dello schermo. Bella, famosa e fidanzata con Marilyn Manson: praticamente, l’idolo della me quindicenne. E nonostante i più tutti la ricordino solo come la Peige di Streghe, in realtà Rose ci ha regalato anche dei personaggi meno mainstream e più interessanti. Come la Courtney di Jawbreaker, appunto. Crudele e temutissima queen bee del liceo, Courtney uccide accidentalmente la sua amica-rivale; scoperta poi dalla cozza della scuola, baratta il suo silenzio con la propria amicizia e la popolarità che ne deriva.
Memorabili gli insegnamenti che Courtney dispensa alla povera sprovveduta che si mette nelle sue mani:

We're not stupid. We eat. And we eat well. We just don't eat in public.
We don't want people judging us by what we eat.


Quindi, tirando le somme, come difendersi dalla Frenemy in agguato accanto a noi?
È di nuovo il cinema a insegnarcelo: avendo un ragazzo come lui



che dica a ragazze come lei



una robetta come questa