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lunedì 2 febbraio 2015

You had me at “Il pene di Michael Fassbender” – The Mindy Project

Dove eravamo rimasti?
È passato un anno. Di merda, per inciso. Ma io ho avuto un atteggiamento molto maturo di fronte ai problemi. Ho guardato serie tv, la soluzione perfetta per procrastinare la realtà e convincersi che i problemi che ci affliggono siano risolvibili.
Quindi, citando un grande interprete della canzone italiana, “ricominciamo”.
Una delle mie migliori amiche ha capito che eravamo fatte l’una per l’altra il primo giorno del master  che ci ha fatto entrare nel baratro di disperazione che è il nostro lavoro incontrare, quando durante il giro di presentazioni io ho esordito dicendo che ero a dieta più o meno dall’età di 15 anni. Sono certi dettagli scemi che ti fanno capire che hai trovato un motivo in più per uscire la sera. O per non uscire, come nel caso di “The Mindy Project”. Per me è stato questo
 
Priorità. Un esempio.
Anche io.
Una serie con protagonista una ragazza come noi: ossessionata dal cibo, che non riesce a stare a dieta, con tendenze allo stalking e sconvolta per sempre dalla visione di “Shame”.

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Mindy è una ginecologa che vive a New York. Lavora in uno studio con altri due, che nel corso delle stagioni diventeranno tre, medici. Con uno di loro ha un rapporto molto conflittuale, genere Elizabeth & Darcy. Ovviamente è quello di cui si innamorerà (no, non è uno spoiler, è una cosa che capirete fin dalla prima puntata).
The Mindy Project è questo: un chick flick che invece di durare due ore, va avanti – a oggi – per 2 stagioni e 13 episodi.
C’è tutto quello che serve per indurre un serio caso di binge-watching:
a) Una cabina armadio. E sì, è più grande di quella di Carrie Bradshaw.
b) Decine di borse Chanel. Dico davvero. Ho smesso di contarle. Di qualsiasi colore e dimensione.

c) Ragazzi. Tanti, belli, e tutti desiderosi di uscire con una che, come avrete notato, non è propriamente Eva Green. Anche perché Mindy Kaling è protagonista e autrice, e se io avessi la fortuna di scrivere e recitare nella mia serie, passerei ogni puntata a limonare a turno con Fassbender, Gosling e Pattinson.
Chiamala scema.

d) Ha – almeno per ora – il lieto fine. E lo so che a volte abbiamo soltanto voglia di vedere storie che finiscono male per abbandonarci alla disperazione più bieca, al pianto più sfranto e ai cibi più citati nelle top ten delle cause di infarto. Ma “Girls” c’è una sola sera a settimana, quindi dobbiamo trovare qualcosa da fare per i restanti sei giorni.
e) Mindy è ossessionata dalle commedie romantiche, come noi, per cui si crea quello speciale rapporto che è così comune in gruppi di persone che condividono la stessa passione, come gli alcolisti anonimi.
f) Fa ridere. Che è quello che conta davvero. Non posso mettervi lo screenshot di ogni puntata, quindi dovrete fidarvi. Fa ridere per come rovescia e rende ridicole situazioni molto romantiche. Fa ridere perché le battute sono ben scritte. Fa ridere perché vedere le follie che mettiamo in atto quando siamo alla ricerca di un fidanzato – e anche quando lo abbiamo trovato – ci fa capire che non siamo le sole a farlo. E dà al nostro cervello la giustificazione per continuare a comportarci nelle maniere più ignobili e irrazionali che riusciamo a trovare.

lunedì 10 giugno 2013

"Thank you for being so not italian". The Butterfly Room.


Immaginate di presentarvi a un appuntamento al buio, ok? Siete reduci da mesi di delusioni, grandi aspettative che sfociano immancabilmente nel fail, amori storici che non sapete più come giustificare nemmeno a voi stessi. Insomma, a questo  incontro a scatola chiusa ci arrivate comprensibilmente già con il cinismo a fior di labbra.
E invece vi trovate davanti Megan Fox: una Megan Fox che si rivela esteticamente perfetta già dal primo frame. Che in più sfoggia una sceneggiatura degna di quei pervertiti degli asiatici. E un citazionismo horror che vi emoziona tanto da farvi perdere per strada la metafora.


Questo è "The Butterfly Room": l'ultima opera dell'italianissimo (ho controllato tre volte, non ci potevo credere) Gionata Zarantonelloun fiore cresciuto sull'asfalto e sul cemento, tanto per riabbassare subito il livello del discorso.
Zarantonello sembra mettere le mani avanti già con la scelta del cast: una specie di Trivial horror che vi farà saltellare come groupie, se avete sui 30 anni e amate il genere.
E se invece vi lascia indifferenti…gesù, che triste adolescenza avete avuto.
C'è chi ha ucciso Laura Palmer, c'è la Nancy di Freddy Krueger, c'è la Jennifer che non andava violentata, c'è persino un cameo del papà dei Gremlins.
E, su tutti loro, regna Barbara Steele alias Ann.


Ann è una signora d'altri tempi: elegante, posata, introversa. Che nel tempo libero coltiva in egual misura entomologia e rapporti morbosi con ragazzine preadolescenti.
Hobby diversi, che mirano allo stesso obiettivo: imprigionare la bellezza e legarla a sé per sempre.
Ma no, non stiamo parlando di una milf promiscua e particolarmente intraprendete: quello che Ann vuole - o piuttosto pretende - è esclusivamente affetto. Quell'affetto assoluto e bisognoso che ogni bambino nutre per chi lo accudisce. Perché col cavolo che di mamma ce n'è una sola: se Ann decide che sei figlia sua, non c'è proverbio che tenga.
E così, attraverso un montaggio in stile "Memento", oscilliamo di continuo tra passato e presente per arrivare a conoscere tutte le vittime dell'ossessione di Ann: Dorothy, Alice e Julie. Chi si salva e ci lascia le penne, lo scopriremo solo più avanti.


Tutta la faccenda, già abbastanza malata di suo, si fa ancora più ambigua grazie alla figura di Alice - unica ragazzina che, nell'ossessione di Ann, non gioca tanto il ruolo di vittima quanto quello di complice.
Alice, infatti, lo fa un po' di mestiere: è una specie di escort che vende affetto a tempo determinato a madri rimaste sole. Ed è proprio lei ad adescare la sua carnefice, con tutta malvagità che solo i marmocchi sanno avere. 
Sorriderà ancora per poco.
La disperazione femminile in ogni sfaccettatura, insomma: questo sembra essere il vero topic del film. Tant'è che nella famosa stanza delle farfalle non entriamo se non sul finale; e anche se sappiamo benissimo che dentro non ci troveremo solo insetti sotto vetro, la scena fa comunque la sua porca figura.
Mettiamola così: la prossima volta che userete il classico "Sali a vedere la mia collezione di farfalle?", non stupitevi se anziché un garbato rifiuto riceverete un'ordinanza restrittiva.



giovedì 18 aprile 2013

All you can kill. Dead Sushi


Il tutto è più della somma delle parti. Lo dice la psicologia della Gestalt, lo dicono piatti come le lasagne. E lo dice questo capolavoro di cui oggi vi parlo. Perché tutti i singoli elementi di puro genio che lo compongono, insieme danno vita al genio universale. Un film che parla di sushi assassino. Mi viene da piangere per la gioia, al pensiero di quanto in là può spingersi il mirabile intelletto umano.
Ma torniamo al genio. Che è evidente fin dalla trama. La protagonista, Keiko, è la figlia di un sushi chef stronzissimo. In pratica le dice che, essendo donna, contamina col suo odore il sushi, e quindi quello che cucina fa cagare. Lei scappa, e trova lavoro come cameriera in un albergo-ristorante. Nei pressi dell’albergo gira un barbone, che è un ex-ricercatore di una grossa casa farmaceutica. In sostanza lui ha inventato un siero capace di riportare in vita gli animali. L’unico effetto collaterale è che le bestioline diventano esseri assetati di morte. Quando nell’hotel capitano i capoccia della casa farmaceutica, il barbone decide di vendicarsi, e inietta il siero nel sushi. Da qui in poi è una lotta all’ultimo sangue per la sopravvivenza, col sushi violentissimo da una parte e gli umani dall’altra.
Fossi in voi, interromperei la lettura qui (scherzo) e mi cercherei un bel link per lo streaming (lo trovate sottotitolato in inglese). Ma siccome so che state ancora leggendo, vi snocciolerò le perle che il regista, Noboru Iguchi, ha lanciato a piene mani nella pellicola.
Come, tanto per iniziare, il bacio alla giapponese. Lo so, voi conoscerete quello eschimese, che si dà con le ciglia, o quello francese, che vabbè lo sanno anche i muri. Ma quello giapponese, che i due amanti si scambiano passandosi un rosso d’uovo crudo da una bocca all’altra, lo avevate mai visto?
Poi c’è la coltellofobia, psicosi di cui soffre l’ex-chef dell’albergo poi diventato giardiniere.
C’è Keiko che si allena a preparare il sushi insieme al padre indossando delle catene ai polsi, roba che, se siete nati negli anni ’80, avete visto fare solo a Mimì Ayuhara durante gli allenamenti di pallavolo.
C’è il sushi nasale, e la dinamica è troppo complessa da spiegare, ma sappiate che a un certo punto del film, voi vedrete un nigiri che, al posto della fettina di tonno, ha un naso di uomo.
C’è l’evoluzione della pioggia dorata, ossia la pioggia insanguinata, che secondo me R Kelly sta già in fibrillazione all’idea di provarla.
C’è il barbone che, spinto dalla fame di vendetta, ingurgita del sushi infetto per rinascere sotto forma di tonno gigante, che per tagliarlo più che un grissino serve una katana di Hattori Hanzo.
Non dimentichiamo l’arma del futuro, il sushi-nunchaku con cui la protagonista combatte in uno degli scontri finali.
Ci sono ovviamente i vari pezzi di sushi killer, che azzannano, entrano nei corpi umani passando dalla patata, si accoppiano tra loro selvaggiamente, e crescono a dismisura fino a dar vita a una sorta di astronave-uova di salmone dotata di cannoni funzionanti.
Ma la parte del leone spetta a lui, la star, il nigiri-frittata. Lui che è come noi, vittima di bullismo da parte dei sushi-pesce che lo considerano un sushi di serie B (bullismo verso il sushi. Vi rendete conto?).
Lui che quando sente l’ex-chef fare una puzzetta, finge di svenire per l’odore. Lui che canta, e pure bene: una pallocca di riso con un pezzo di frittata sopra che CANTA, Dio mio. E lui che, prima di compiere l’estremo sacrificio per salvare Keiko, la bacia sulla bocca in un momento denso d’emozione.
Leonardo Di Caprio, scansète.

martedì 16 aprile 2013

Kiss, kiss Molly’s lips. Uptown Girls.

Tanto per iniziare bene, vi butto lì tre-quattro ragioni per cui questa “commedia” ridurrà il vostro bel faccino a un ammasso informe di lacrime, occhi gonfi e naso da Rudolf La Renna:
- Brittany Murphy qui era giovane, bellissima e ora è morta;
- Dakota Fanning ora è il sex symbol della comunità indie, ma voi siete così vecchi da ricordarvela com’era in questo film;
- nella storia – e nel nome - di Molly non potrete non cogliere riferimenti a Frances Bean Cobain e al suo defunto padre (e se non li cogliete, tranquilli: tornate pure ad ascoltare Gigi D’Alessio, qui per voi non c’è niente da vedere);
- bramerete disperatamente la casa di Molly – che trasuda “Live through this” in ogni cm quadro – ma non potrete mai permettervela. 

Ora che ho messo le mani avanti, facciamo un passo indietro.
“Uptown Girls” è molto più di una canzone dei Westlife (e non fate quelle facce: lo so, che la conoscete anche voi). È una piccola, strana e pressoché sconosciuta perla nell’oceano del chick flick. Con una colonna sonora di tutto rispetto, tra l’altro. In sintesi, è il film che potrebbe girare Sofia Coppola se non fosse una figlia di papà che non ha alcun bisogno di girare film commerciali. Pretenziosa figlia d’arte che non è altro. La amo poi la odio poi la apprezzo.
Ma torniamo a noi: Brittany Murphy. Probabilmente i più la ricordano solo per “Ragazze a Beverly Hills”. Ovvero così:


Ecco, questa sfortunata e bravissima attrice merita di essere commemorata meglio. Perciò guardatevi “Uptown Girls” e preparatevi ad ammirare il Before-After più riuscito della storia.


Qui Brittany ci racconta la storia di Molly, ricca erede di rockstar tragicamente scomparsa. La sua vita si divide bellamente tra feste, amori disgraziati e dolce far niente, finché una truffa le fa perdere tutto: casa, soldi e persino le chitarre del padre. Così per sopravvivere Molly si ritrova a dover fare una cosa orribile: lavorare. Nello specifico, lavorare come baby sitter di Dakota Fanning. 

E qui vorrei sottolineare che in questo film Dakota Fanning era ancora in età da baby sitter. Era il 2003. Dieci anni fa. E voi eravate già adulti. Piangete con me.
E niente, come prevedibile lo scontro con la dura realtà farà maturare la nostra protagonista, che in Dakota rivedrà se stessa e la famiglia che non ha mai avuto ecc. ecc.
La trama certo non brilla per originalità, ma è messa giù in modo così – dio mi perdoni per il termine che sto per usare – cute, da risultare adorabile.
Sempre che siate cresciute ascoltando le Hole e sognando di essere Lux Lisbon, ovvio.

giovedì 21 marzo 2013

Stavolta i nazisti vincono. Dead Snow

 
Da quando ho memoria, ho sempre sfrangiato a striscioline sottili i coglioni con la storia del nord Europa. E lo stato sociale, e le donne che in Svezia hanno ottenuto il diritto di voto prima che in altri paesi, e la liberalizzazione delle droghe leggere, e il design danese, e la rava, e la fava. Pensate quale gioia mi abbia attraversato il cuoricino quando all’elenco poc’anzi fatto ho potuto aggiungere un film con i nazisti zombi.
Dead Snow, per l’appunto. Film norvegese che oscilla tra momenti di genio totale e momenti di idiozia completa, che spesso – per inciso – coincidono.

DISCLAIMER: io non mi ricordo i nomi in italiano, figuriamoci in norvegese. Per comodità, chiamerò i protagonisti con questo schema: quello/a + caratteristica.

Siamo in Norvegia, durante le vacanze pasquali. Una neve che da noi manco se mettiamo insieme i giorni della merla per 10 anni di fila. Quello Bello, Quello Con Gli Occhiali, Quello Grasso e Quello Inutile decidono di passare un week end nella baita della ragazza di Quello Bello, Sara (lei era facile da ricordare). Ad accompagnarli 3 amiche, Quella Rasta, Quella Platino e Quella Zoccola. Lo scopo, è chiaro fin da subito, è accoppiarsi. Il regista ce lo comunica con sottili metafore, come Quello Con Gli Occhiali che mette la senape sul wurstel in mano a Quella Rasta e robe così.
Ora, io non capisco. I nostri protagonisti sono studenti universitari. Quindi con tutta probabilità vivono in studentati, appartamenti e simili. E non era più comodo organizzare una bella festa a casa e copulare nella comodità della camera, dello sgabuzzino, del bagno, insomma fate voi? Voglio dire, alla fine si va all’università proprio per evitare la camporella o il dover aspettare che mamma e papà non ci siano per un lasso di tempo abbastanza lungo. Perché doversi ficcare in una baita sperduta, dove si arriva dopo tre quarti d’ora di cammino immersi nella neve fino alle ginocchia, fredda ma soprattutto CON LA LATRINA ALL’ESTERNO, che altro che crollo verticale della libido? Anche perché poi il rischio è quello di avere a che fare con i nazisti zombi che vivono nel bosco accanto alla baita. Zombi che, precisiamo, non hanno nulla della frastornata lentezza zombesca che siamo soliti vedere sullo schermo: questi non solo corrono, si arrampicano pure sugli alberi. Ovvio che non ci sia possibilità di uscirne vivi. No, fidatevi, non sto spoilerando. Perché, tirando in ballo Kerouac, come non è importante dove si va, ma il viaggio in sé, così non conta il finale di morte totale, ma il modo spettacolare in cui si arriva a quella carneficina.
Conta la bellezza del sangue rossissimo sulla neve immacolata, contano le budella in ogni dove, conta l’ironia che regna sovrana, conta che questi se magnano e mordono tutto, patata inclusa, e no, non parlo del tubero.
Sì, a volte il film ha dei momenti in cui pare uno spot della Colmar, ma uno spot della Colmar in cui Quello Grasso viene aperto in due come una noce partendo dalla testa, a mani nude, con il cervello che finisce sul pavimento come una frittata girata male. Capite quanta bellezza? Su tutto, 3 scene che meritano da sole il film:

1)    Il massacro che Quello Con Gli Occhiali e Quello Inutile compiono ai danni dei nazisti, dove si spara, si taglia e si ammazza mentre in sottofondo si sente una allegra musichetta natalizia – lo so che è pasqua ma il mio cervello dice così – norvegese.
2)    Quello con gli occhiali che, in seguito al morso di uno zombi e per paura del contagio, si amputa da solo un braccio e se lo cauterizza su un cadavere fumante.
3)    Quella Zoccola che raggiunge nella latrina Quello Grasso, che aveva dichiarato di andare lì per cagare, e decide di farselo a smorzacandela mentre lui è ANCORA LÌ SUL CESSO. Capite? Se lo fa mentre lui sta ancora smollando. E se non trovate raccapricciante questo, io davvero non so cosa altro possano inventarsi.


lunedì 11 marzo 2013

La verità è che non ti piaci abbastanza. Tiny Furniture.

La prima volta che ho messo in bocca una sigaretta avevo 12 anni ed ero chiusa nel bagno di un’amica. Lei aveva appena rubato un paio di MS alla madre perché insomma, se lo facevano i nostri genitori era giusto che provassimo anche noi ecc. ecc.
Si, sto dicendo questo, mamme e papà: se i vostri figli fumano è colpa vostra.
Comunque sia, il primo impatto con la nicotina è stato negativo: una roba strana, disgustosa e incomprensibile. Incomprensibile nel senso che non vedevo proprio cosa ci trovassero di tanto entusiasmante i fumatori.
Tuttavia, altrettanto incomprensibilmente, con il passare del tempo ho iniziato anch’io ad appassionarmi alla cosa. Col risultato che adesso regalo la pagnotta quotidiana ai dipendenti della Malboro.

Ora, rileggete tutto questo preambolo e al posto di “nicotina” metteteci “Lena Dunham”. Avrete così un’idea di come questa maledetta sceneggiatrice/regista/attrice/factotum sia entrata nelle nostre vite.
Si, perché non prendiamoci in giro: la prima volta che la vedete completamente nuda e completamente in sovrappeso, che si contorce a scopo sessuale in una qualsiasi puntata di Girls, non potete non provare disgusto. Dai. Pochi cazzi: il femminismo è una bella cosa, ma grazie a Dio l’essere umano mira all’aspirazionalità.
Tuttavia, c’è qualcosa in quello che Lena scrive che ci spinge a darle una seconda e poi una terza chance. Con il risultato che alla fine ci ritroviamo con gli occhi lucidi a guardare in loop Jessa e Hannah nella vasca.

Perché succede questo è molto semplice: la Dunham siamo noi. E noi, nel 90% dei casi, ci detestiamo. Guardare le opere della Dunham è troppo simile al guardarsi in uno specchio. E quindi grazie, ma no, grazie.
Il discorso vale per Girls come per Tiny Furniture: lungometraggio del 2010, in cui ritroviamo non solo la Dunham (ché anche il complesso di Atlante è una tipica roba femminile) ma anche Jemima Kirke e Alex Karpovsky. Curiosità: madre&sorella di Aura sono in effetti madre&sorella della Duhnam. Una scelta che qui in Italia avrebbe dato origine a una sequela infinita di “Cagna! Cagna meledetta!”, e che in “Tiny Furniture” ci fa solo pensare che il talento piove sempre sul bagnato.

Esattamente come per Girls, nemmeno qui Lena mette in piedi una vera e propria trama: più che altro si limita a raccontarci di Aura, neolaureata twenty-something che, finito il college, torna a casa e cerca di capire cosa fare di sé. Quel momento insomma in cui, dal sospetto che la vita sia una merda, si passa alla conferma. Specie per una generazione destinata alla precarietà lavorativa/sentimentale/inserire qui un aggettivo a caso, ché tanto vanno bene tutti.
Vi siete depresse? Avete fatto male, perché la morale è: se la vostra vita è un disastro, tutto ciò che dovete fare è trasformarla in sceneggiatura.
Ci saranno sempre delle disperate come voi che pagheranno per applaudirvi.


martedì 5 marzo 2013

Dopo Lost, la vita è un inferno. 666 Park Avenue.


Intendiamoci: io non sono mai stata una fan dell’isola. A metà della seconda stagione, iniziando a subodorare una certa qual presa per i fondelli da parte degli sceneggiatori, ho mollato Lost senza rimpianti. Ma naturalmente nel frattempo avevo già subito il fascino canuto e sotuttoio di John Locke.

Per cui immaginatevi la mia gioia, quando me lo sono ritrovato protagonista di una serie che addirittura SI CAPISCE. La serie in questione è 666 Park Avenue e come garanzia di qualità posso dirvi che negli USA è già stata sospesa. Considerato che la stessa sorte tocca a tutti i prodotti non troppo fatti a cazzo di cane, direi che vale la pena dargli una chance.
Trama, in sintesi: se Lost aveva posto la domanda, 666 Park Avenue ci dà la risposta. Così:

 
“Ma com’è che Locke ne sa sempre una più del diavolo?”
“Ahhh, ecco…”.

In 666 Park Avenue il nostro Terry O'Quinn si chiama Gavin Doran, per gli amici: Mefistofele. È ricco, pressoché onnipotente e proprietario di un lussuoso condominio newyorkese. Ma tranquilli, l’affitto non è un problema, nemmeno per gli inquilini con il conto sotto zero: Mr Doran infatti ai contanti preferisce l’anima.
In pratica, dall’isola-purgatorio, ritroviamo Locke nel palazzo-inferno: c’è l’aspirante giornalista che si vende in cambio del successo, l’invalida che si vende in cambio di un paio di gambe funzionanti, persino il vedovo a cui viene restituita la moglie morta. Piccolo dettaglio: lo scambio finisce sempre così: 


A contrastare la tranquilla routine del demone, entrano però in scena Henry e Jane: pezzenti anche loro, ottengono un appartamento che nemmeno Nathan Falco per il suo diciottesimo compleanno. Ma anziché starsene buona buona pensando tra sé “…Buscio de culo!!!”, Jane si insospettisce di tanta generosità e inizia a indagare sulla famiglia Doran. Mentre il fidanzato si fa spudoratamente conquistare dal diabolico padrone di casa, fino a prostrarsi ai suoi piedi tipo pelle di leone. 

Insomma, se avete visto “L’avvocato del diavolo” o “Rosemary’s Baby”, l’andazzo lo conoscete già. Quello che davvero c’è di interessante in 666 Park Avenue è tutto il contorno: le storie dei personaggi secondari e delle loro miserie. Vedere quanto in basso si possa cadere per veder realizzata un’ambizione ci fa sentire tutti persone migliori.
 
Detto ciò, se c’è qualche demone che mi legge: io mi venderei volentieri in cambio di un best-seller scritto male e in mezzora. La butto lì.
 

martedì 26 febbraio 2013

Quando muore un amore. Blue Valentine.

 
Zia Irma, la sorella di nonna Adele, oltre a essere cuoca di pregevolissima fattura è una grandissima esperta di proverbi. Nel corso degli anni me ne ha detti molti, il mio preferito è sicuramente “certi amici sono come i fagioli, parlano di dietro”. Quello che userò per introdurre il film di oggi è: “chi piglia moglie piglia guai, cominciano il primo giorno e non finiscono mai”.
Il problema non è tanto il matrimonio, quanto l’amore in sé. Non fosse sufficiente la saggezza popolare, basta guardare quante canzoni che parlano di rottura, perdono, tradimento e altre brutte cose ci sono, rispetto a canzoni che dicono “oh che bello quanto ti amo quanto ti amo oh che bello”. Non siete convinti? Ok, pensate alla vostra vita e al numero di relazioni che avete avuto. Fino a prova contraria, l’unica storia che ha funzionato è quella in corso, quella non ancora finita insomma. È la matematica, bellezze.
Se fossi una persona profonda, direi che l’amore è l’errore che continuiamo a ripetere. Ed è un errore anche quando si presente con le mirabili fattezze di Ryan Gosling e Michelle Williams.
Ryan e Michelle interpretano – benissimo – Dean e Cindy, marito e moglie. Sono due persone normali, lei fa l’infermiera e lui l’imbianchino, hanno una figlia di circa sei anni. Nel film vediamo un ping pong tra l’inizio e la fine della loro storia. Sì, la fine. Non ditemi che pensavate avesse un finale rose e fiori. Blue Valentine. Blue. Mica happy o joyful.
Quello che il titolo non dice è quanto sia bello. Ci sono film che ispirano, che divertono, che fanno riflettere, che smuovono le coscienze… “Blue Valentine” non fa nulla di tutti ciò. Ma descrive perfettamente. Anzi, fotografa. E riuscire a fotografare 6 miliardi di persone, tutte insieme, non è una stronzata. Perché ha dentro tutto quello che c’è nella vita di un amore.
“Blue Valentine” non ha due protagonisti che fanno mestieri fighi. O che invecchiano e rimangono belli. Non ci sono appartamenti da rivista e serate passate in locali modaioli. Non è neppure il primo film che ci racconta – e brutalmente – quanto possa sputtanarsi una storia, sennò “Closer” che l’hanno girato a fare? Solo che in “Closer” la brutalità era quella delle parole. Qui invece è il dolore a essere violento: il dolore che vediamo sullo schermo, ma soprattutto il dolore di riconoscersi.
Guardi il film, e non vedi Dean e Cindy, ma te e i tuoi fallimenti, e intanto pensi come è possibile, ogni volta, che tutto finisca così. Come è possibile che all’inizio vi guardavate per ore, fino al momento prima di addormentarvi, e adesso la mattina neanche riuscite a salutarvi quando dovete uscire di casa. O che il desiderio che vi faceva stoppare il film ai titoli di testa sia stato sostituito dalla repulsione fisica. Quando quella risata particolare che vi ha fatto innamorare è diventata così insopportabile? Quando siete arrivati a non voler neppure più respirare l’aria che respira quella persona?
C’era tutto quell’amore, come abbiamo potuto permettere che la vita ce ne mangiasse ogni pezzo? Come si fa a farsi sconfiggere dalla noia, le bollette, dalla rinuncia alle ambizioni, portare i figli a nuoto e andarli a riprendere, fare la spesa “ma perché mi hai preso questo shampoo, ti avevo detto quell’altra marca”, i “però la spazzatura la butto sempre io”?
Gli amori sono come le civiltà: c’è la fase di conquista, in cui ti impegni come un matto perché quel territorio deve essere tuo; poi la civiltà si stabilizza, ed è l’età dell’oro, e sembra che non debba finire mai; e poi arriva lui, il declino. E a quel punto sei solo storia.

PS: un ultima cosa. Nel film, c’è una scena di – OMMEODDEO – cunnilingus. Ed è successa questa cosa che leggete qua sotto.
 
Fonte: Wikipedia.
 E niente, poi ancora ci chiedono perché amiamo Ryan Gosling.



giovedì 14 febbraio 2013

My Bloody Valentine. L’antitesi dell’amore è la paura.


Milano, una mattina qualsiasi di metà febbraio.
Tra me e la fermata della metro si frappongono negozi di varia natura: il solito bar, il solito tabaccaio, la solita cartoleria.
Ma oggi mi accorgo che il loro aspetto è cambiato: tutte le vetrine, un tempo più o meno sobrie, sono state invase da torte a forma di cuore, peluche a forma di cuore, oggettini dallo scopo incerto. Ma di certo a forma di cuore.
È fatta, penso: approfittando del temporaneo vuoto di potere, Tiffany Young ha preso il comando del Belpaese. Un colpo di stato e via: condannati per sempre a una vita rosa shocking.
Ma mi sbaglio. Avete presente quelle scene in cui il protagonista del film scopre qualcosa di fondamentale, attraverso un’escalation di drammatici close-up? Ecco, è così che metto a fuoco la scritta sull’ennesima vetrina: SAN VALENTINO. In effetti, l’unico evento in grado di scatenare una simile epidemia di romanticismo e cattivo gusto.
Che diamine, sarebbe stata meglio Tiffany.

Capiamoci: non c’è nulla di male nell’esternare il proprio amore. Finché questa esternazione si consuma a porte chiuse, con una certa qual pudica grazia. E in definitiva, lontano dagli occhi di chi, il 14 Febbraio, lo passerà in compagnia del proprio gatto.  

Ma quest’anno, cari/e single per scelta di terzi, vi propongo un piano perfetto per sopravvivere a San Valentino. E intendo sopravvivere senza regalare ai produttori di superalcolici e Nutella il 70% del loro incasso annuale.

Pensateci: il sentimento più lontano dall’amore, nei fatti, non è il disprezzo. È la paura. Per cui niente di meglio che immergersi in una maratona horror, per scongiurare la tristezza da solitudine. Ve lo assicuro: dopo queste visioni, il prossimo non vi apparirà più come potenziale metà della vostra mela. Ma piuttosto come potenziale adepto di Satana e/o untore di morbi deturpanti. E se il 14 febbraio deciderete di chiudervi in casa, sarà solo per installare telecamere di sicurezza (una per mq), sigillare porte e finestre e contattare un prete compiacente, che vi anticipi la benedizione pasquale.


American Horror Story - Asylum 
Io, con l’ultima puntata, ho pianto. E non perché mi commuova vedere corpi umani squartati e suore ninfomani. Ma perché Asylum gronda tanto sangue quanto pessimismo.
Ambizione, lussuria, invidia: in Asylum ogni debolezza umana viene amplificata a psicosi. La seconda stagione di AHS ruota infatti attorno a Briarcliff: un ospedale psichiatrico dei primi anni ’60, il vero protagonista della storia. E tra le sue mura, impareremo a conoscere ogni possibile sfumatura di infelicità.
Insomma, puntata dopo puntata, vi ritroverete a canticchiare “L’impresa eccezionale è essere normale”. Esemplare in tal senso è il personaggio di Sister Jude, splendidamente interpretato da Jessica Lange. Se nelle prime puntate di Asylum, infatti, Jude ci si presenta come la sadica manager di Briarcliff, presto la ritroveremo nell’insospettabile ruolo di paziente, vittima della sua stessa creatura.
E non sorprende che, nonostante il climax di possessioni demoniache e rapimenti alieni, siano proprio le parole di Sister Jude a svelarci la vera morale di Asylum: “All monsters are human”.

The Bay

Hi there!
Ecco, sarebbe stato carino se questo film avesse previsto nei titoli di testa due righe di warning. Qualcosa tipo: “Attenzione! Non è la solita storia di un contagio disgustoso che si diffonde a macchia d’olio! Non guardatelo con spensieratezza, pensando che sia la solita minchiata!”.

Invece nulla: ingenuamente, l’ho guardato aspettandomi la solita minchiata. Alla fine del film mi sono così ritrovata preda di attacchi di ansia, ipocondria e voglia di abbracciare la mamma. Cosa abbia di speciale “The Bay” è difficile definirlo: sulla carta effettivamente è solo l’ennesimo mockumentary che racconta il diffondersi, in una cittadina del Maryland, del morbo Serbelloni Mazzanti Viendalmare – ché il nome latino non lo ricordo, ma ricordo benissimo che la magagna arriva dall’acqua.

Solo che la faccenda è messa giù in modo talmente realistico e talmente ansiogeno che vi sembrerà di essere lì a soffrire con i poveracci infetti. E soprattutto scoprirete di avere parecchie bolle sospette sul corpo.


The Following
Una serie di cui, se avete tutti i sensi a posto, avrete già letto e sentito parecchio. Io sono qui per confermarvi che sì, per una volta i vostri amici non vi hanno detto una cazzata: tutti quegli status/tweet/post entusiasti riguardo The Following hanno la loro ragion d’essere.

Ucciderai per me perché sono bello.
Se l’obiettivo di questa maratona anti-San Valentino è quello di arrivare a benedire la solitudine, forse sarà proprio questa serie a convincervi definitivamente di essere dei privilegiati. In sintesi: non fidatevi di nessuno, perché ci sono ottime probabilità che chiunque intorno a voi sia in combutta con un serial killer. Un serial killer catturato, condannato, imprigionato e fatto oggetto di culto da gente pazza che, dall’esterno, uccide per lui. Ma tranquilli: Kavin Bacon si sta dando parecchio da fare al riguardo.
Certo, molto spesso si attiva quando ormai vi hanno già cavato entrambi gli occhi ma hey, non mettetegli troppa pressione.


martedì 29 gennaio 2013

Paura e delirio in UK. Eden Lake.


Ringraziatemi. Perché in questo post parlerò di un film con Michael Fassbender. Per cui avrei potuto infarcirlo di frasi tipo “Fassbender, l’attore che ha sfondato con Shame”. O “Fassbender, l’attore noto per le sue colossali interpretazioni”. O anche “Fassbender, le cui performance sullo schermo lasciamo sempre a bocca aperta le spettatrici”. Ma non lo farò. Naturalmente non perché io abbia imparato a esprimermi senza ricorrere a espressioni triviali. Ma semplicemente perché, per quanto la recitazione di Fassbender sia – come sempre – appagante, c’è Kelly Reilly, ossia la coprotagonista, che brilla persino più di lui. Brilla per quanto glielo consentano i chili di fango di cui è cosparsa per buona parte del film, mentre si rotola per il bosco nel tentativo di salvarsi la delicata e diafana pelle.

“Eden Lake” è una piccola perla che non mi aspettavo. È come quando apri il pacchetto di figurine e trovi proprio quella che ti manca, come quando mangi la torta in cui hanno messo dentro l’anello, e tu hai il culo di trovare l’anello, come quando fai tombola e hai solo una cartella mentre gli altri ne hanno 37.

Kelly Reilly è Jenny, dolce maestra d’asilo tutta sorrisi e lentiggini. Ad attenderla fuori dalla scuola c’è Steve, aka Michael. Con un gigantesco range rover. Non tutti si fanno il macchinone per compensare. C’è chi lo sceglie per proporzionalità diretta. Steve, cotto come una porcellana di Capodimonte, vuole portarla fuori per un week end romantico perché, sorpresona, vuole chiederle di sposarlo. Bravo Steve! Salvo scegliere, come set per il racconto che lei ripeterà fino alla nausea alle amiche, un cacchio di lago isolatissimo, dove sistemarsi con una tenda e un sacco a pelo. Idiota Steve! Per farvi capire, un posto dove lui è stato con i suoi amici e dove si sono ubriacati. Campeggio. Amici. Alcol. Come fa a venirti in mente di portarci il tuo amato bene, lo sa il cielo.

Kelly, che scema non è, capisce dai primi fotogrammi che non è la migliore delle idee. Voglio dire, siamo donne: ci accorgiamo di un dannato pisello sotto sette materassi, volete che non notiamo un grosso problema che si aggira fischiettando nei pressi dell’entrata delle nostre chiappe?

Comunque, i nostri si accampano, e poco dopo vengono raggiunti da un simpatico gruppetto di adolescenti e pre-adolescenti del luogo. Il tipo di ragazzi che ti fa venire voglia di farti annodare le tube. E il tipo di inglesi che, se vedono Hugh Grant, se lo schiacciano sulla fronte tipo lattina di birra. Con quell’accento dolce come una passata di carta vetrata sui bulbi oculari.

Cosa volete che facciano degli adolescenti, se non frantumare la minchia di una povera coppia che sta lì senza dar fastidio a nessuno? Frantumano la minchia, per l’appunto. Ma mentre Kelly, che ormai abbiamo appurato dal primo minuto essere quella intelligente della coppia, preme per andarsene senza scene, quel genio di Steve si comporta da maschio e reagisce. Idiota Steve!

Perché, tra la coppia e i sei adolescenti, inizia un inseguimento che vi farà venir voglia di correre nei boschi durante la stagione di caccia e fare da scudo ai tordi col vostro corpo nudo e inerme. Gli horror, in linea di massima, hanno un andamento a onda: relax-salto sulla sedia-relax-salto sulla sedia. L’ottimo regista James Watkins, invece, si e ci assesta su un livello di ansia tremendo e costante. Stai lì, e tifi per la povera coppia con la stessa desolata speranza che avevano gli interisti prima di Mourinho. Ma soprattutto tifi per Kelly, a cui all’inizio non avresti affidato manco un maglione infeltrito, e che invece lotta con una tigna che vorresti avere tu quando sei in fila alle poste con i vecchi che tentano di superarti da ogni angolo. Kelly scappa, si tuffa, si infila nella pattumiera, si fa certi tagli e con certi oggetti che quelli di Real Time potrebbero tirarci fuori 10 programmi. E sapete perché? Perché Steve, mentre sono in fuga e più morti che vivi, le chiede di sposarlo e le dà l’anello. E la consapevolezza che se sopravvivi ti sposi Fassbender, credetemi, deve darti tanta di quella adrenalina da risuscitare 5872 Mia Wallace.

giovedì 17 gennaio 2013

Una quotidiana guerra con la razionalità. 10 film per quei giorni prima di quei giorni.

Allora, aspettate che aggiorno la lista delle cose da fare prima di morire…Ecco qua: “Citare Pezzali in un post che parla di crisi premestruale”. DONE. Ora possiamo iniziare.

O anche no. Forse non mi va più di scrivere questo post. Non lo so, lasciatemi stare, non mettetemi pressione, vi odio, adorabili lettori del mio cuore, non vedo l’ora di condividere con voi queste righe.

Ecco, in sintesi funziona così. All’avvicinarsi di quel periodo che un celebre ed elegantissimo spot di assorbenti suggeriva di indicare come “il mar Rosso”, neuroni, ormoni e umori femminili si ritrovano catapultati su una montagna russa manovrata da una scimmia sotto LSD. Le conseguenze pratiche del fenomeno sono innumerevoli: si va da un surplus di emotività



a un totale deficit di caratteristiche umane.


E nella maggioranza dei casi, il passaggio tra questi due estremi avviene nel giro di dieci minuti.

Naturalmente, le peggiori vittime della PSM non siamo noi, quanto le persone che ci circondano: dall’ormai rassegnato compagno di vita all’ignaro vecchietto che sul tram ostruisce l’uscita proprio in prossimità della nostra fermata. Che Dio lo protegga.
Tuttavia, come Sartre ci insegna, l’inferno sono gli altri. E poiché lo sono specialmente in giorni in cui non c’è Moment che tenga, in questo spazio non ci cureremo di questi poveretti ma di noi. Ovvero: come può il cinema aiutarci a TAMPONARE la PMS?
Datemi un attimo che dalla To do list spunto anche “Infilare qua e là battute di pessimo gusto sulle mestruazioni”.

Dicevamo: dall’alto della mia quasi ventennale esperienza di donna premestruata, mi accingo ora a stilare un elenco dei 10 film che puntualmente, mese dopo mese, mi aiutano a sentirmi meno in guerra col mondo.

1) The Holiday – L’amore non va in vacanza
E come al solito, un applauso ai traduttori del titolo: grazie per il pensiero, eh, ma non dovevate. Letteralmente.
Trama: due sconosciute, una di L.A. e l’altra della sperduta campagna inglese, decidono di scambiarsi la casa durante le vacanze natalizie. Entrambe per sfuggire a una vita che va a rotoli.
Guardalo perché: ti mostra come, in lasso di tempo che va dalla vigilia di Natale a Capodanno, una donna possa ritrovare se stessa, cambiare totalmente la propria scala di valori, sentir bussare alla propria porta nottetempo e imbattersi in Jude Law ubriaco e pronto per essere molestato.

2) In her shoes – Se fossi lei
Giuro, non nutro un’ossessione lesbo per Cameron Diaz, è lei che continua a recitare in film ideali per il pre-mestruo.
Qui si parla di due sorelle che più diverse non si può: una bella, superficiale e disoccupata, l’altra bruttina, profonda e workaholic. Entrambe infelici naturalmente, altrimenti non ci sarebbe sviluppo narrativo.
Guardalo perché: questo film insegna che per trovare serenità, amore e lavoro devi fare esattamente l’opposto di ciò che credevi. In sintesi: finora hai sbagliato tutto, scema! Ma hey, non è mai troppo tardi per cambiare.

3) Misery non deve morire
Beh, che dire: Annie Wilkes è la dea di ogni donna con le palle girate, dal livello base al livello “Ti riduco le gambe a due moncherini”.
Guardalo perché: ti spiega che anche se sei brutta e pazza puoi avere la meglio sull’uomo dei tuoi sogni. Basta un po’ d’astuzia. E anche un martello non guasta.


4) She Devil – Lei, il diavolo
Oh, questa è proprio una perla vintage ripescata dai ricordi di infanzia. Qui succede che: donna obesa viene tradita dal marito belloccio con famosa e ricca scrittrice di romanzi porno soft. Ma lei la prende con filosofia: stila una lista di tutte le cose positive nella vita dell’uomo e, una dopo l’altra, le distrugge meticolosamente. Una sorta di Kill Bill senza sangue.
Guardalo perché: Meryl Streep nel ruolo di scrittrice di Harmony è bravissima e ti fa ridere nonostante i crampi all’utero. E, ovviamente, perché ripasso dell’arte della vendetta non fa mai male.

5) Viale del Tramonto e 6) Un tram chiamato desiderio
Ad accumunare questi due capolavori non è solo il bianco e nero: entrambi affrontano l’importante tematica della decadenza femminile. Anche nota come “invecchiamento”. Un fenomeno considerato dagli uomini come naturale parte della vita e vissuto invece dalle donne come intollerabile offesa personale.
Guardali perché: o gioisci pensando che nonostante la PMS ti resta sempre la giovinezza, o impari un paio di trucchetti per sedurre nonostante l’età. Spoiler: molti di questi trucchetti includono la follia.

7) Una donna in carriera
Cosa c’è di peggio dell’avere un lavoro senza prospettive? Avere un capo che ti ruba le idee spacciandole per sue e un fidanzato che ti tradisce mentre sgobbi al lavoro, ecco cosa.
Guardalo perché: che sciocche, noi pensavamo che per diventare manager occorresse un CV all’altezza! E invece no: per passare dall’essere una segretaria all’averne una personale basta conquistare Harrison Ford. 


8) The Loved Ones

9) The Hole
Ricchi teenager si rinchiudono in un bunker sotterraneo, per un private party davvero private. Entrano in quattro, ne esce viva una.
Guardalo perché: questo film ribadisce ancora una volta che noi donne siamo invincibili. Non solo riusciamo a escogitare piani di seduzione rocamboleschi e si, a volte un tantino illegali. Ma riusciamo anche a ingannare tutti con il nostro bel faccino e uscirne libere e felici. Come la farfalla di un altro delicatissimo spot Lines.

10) Favola
Già. Proprio quello. Il film con Ambra. E adesso non facciamo finta che l’ho visto solo io.
 

Guardalo perché: beh, mi pare ovvio. Questo film ti ricorderà che non importa quanti brufoli ti stiano spuntando, né quanto fastidiosa ti appaia in questi giorni l’umanità. C’è una cosa meravigliosa che niente e nessuno potrà mai toglierti: il fatto di non essere più la ragazzina che eri in quei vergognosi anni ’90. Focalizzati su questo pensiero, e il vecchietto molesto sul tram per stavolta potrebbe cavarsela.