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martedì 9 ottobre 2012

Non sei tu, è Carrie. Girls.



In Italia sbarca solo questa settimana - mercoledì, su MTV. Tuttavia, a meno che non siate uomini, di Girls avrete già sentito e letto di tutto.
Breve sintesi? Serie tv al femminile, definita dai più l'anti-Sex and the City. Scritta, diretta e interpretata da Lena Dunham. E su quest'ultimo punto poi ci torniamo.

Ora. Quando una serie mi viene presentata come "l'anti-Sex and the City", io per logica mi aspetto una bella serie.
Una serie che NON abbia per protagoniste quattro donne che farebbero diventare ogni lesbica etero e ogni uomo gay.
E una serie dove il sesso libertino NON sia urlato al mondo come unica prova tangibile dell'indipendenza femminile.
Ecco, dopo aver guardato la prima stagione di Girls, mi rendo conto del mio errore.
Quello che intendevano quei trafiletti apparsi di recente su ogni rivista femminile era, evidentemente: la protagonista di Girls si veste come si vestirebbe Carrie Bradshow se improvvisamente perdesse la vista. E ha un peso corporeo pari a quello di Samantha, Charlotte e Miranda messe insieme.
Pertanto, si, in tal senso mi trovo d'accordo: Girls è assolutamente agli antipodi rispetto a Sex and the City. E lo fa rimpiangere anche a chi, come me, Sex and the City non l'ha mai sopportato.

Questa nuova e indispensabile serie ci insegna un'importante lezione: non c'è mai limite al peggio, quando si parla di donne a New York. Non capisco se sia la grande mela a ridurre ogni essere dotato di vagina in un inutile e fastidioso insieme di blablabla, o se è solo quel tipo di esemplari femminili a trasferirsi lì. Fatto sta che niente, se cercate un'amica, una fidanzata, o anche solo una compagna di scopate, state lontani da New York.
O a quanto pare verrete travolti da drammi esistenziali/sessuali/lavorativi/sentimentali, con cui donne dalla personalità pari a quella della lattuga scondita tentano di smuovere un po' le acque delle loro vite stagnanti.

Poi, una nota a parte la merita la brillante mente che ha dato la luce a Girls. Che si, ok: ‘sta Lena Dunham avrà pure 26 anni, tanto di cappello. Ma il suo vero talento è stato quello di convincere la gente che la sua serie meritava una chance. Su quello, chapeau: è una venditrice nata, se ha convinto qualcuno a produrre Girls potrebbe riuscire anche a trasformarmi in testimone di Geova bussando alla mia porta di domenica mattina.
Quello che io mi chiedo è: dopo un simile successo, c’era davvero bisogno che questa donna ci mostrasse il suo topless in circa un terzo delle puntate? No, perché vi avviso: la Dunham è anche la protagonista di Girls, e ricopre l’ambito ruolo di personaggio più odioso nonché più disinibito. Una combo che, fidatevi, riscontrata in una donna che non sia Megan Fox può avere risultati agghiaccianti sulla vostra vita sessuale. Ma Lena è sveglia, dicono. Per cui, chi lo sa: magari Girls altro non è che un lunghissimo viral per i Durex ritardanti.

mercoledì 26 settembre 2012

Le donne vere hanno le curve. Per questo noi preferiamo sognare.


Mettiamo subito una cosa in chiaro: chi scrive è a dieta. A dieta da tre mesi. Roba che attualmente guardo i carboidrati come un maniaco sessuale guarda gli stacchetti delle Veline. Per cui, si: ci sarà acidità nelle mie parole. L’acidità è l’unico condimento concesso dal mio regime alimentare. Quindi, femministe mie, tenetevi alla larga da questo post perché qua non ci sarà comprensione né solidarietà: le donne in sovrappeso verranno maltrattate di brutto.
Warning warning warning.

E adesso, passiamo al film. Ripetiamo tutti insieme: “Io, da un film da femmina in crisi premestruale, mi aspetto dell’aspirazionalità”. Concetto semplicissimo, che ha arricchito le casse di decine di registi, sceneggiatori e Julie Roberts. Eppure c’è sempre qualche pollo che tenta la mossa del chick flick femminista. Ecco, io a questi signori vorrei far notare che noi donne, nonostante la nostra abilità nel confondervi le idee, sappiamo benissimo cosa vogliamo. E se una sera abbiamo deciso di guardarci un film pregno di femminismo, ci guardiamo Kill Bill. Ci guardiamo Dogville. Ci guardiamo un qualsiasi film d’autore dove una donna ammazza gente come se non ci fosse un domani.
Ma se al contrario abbiamo in programma la visione di un chick flick, tanto per avere un sottofondo alla manicure fatta in casa, VOGLIAMO DAVVERO GUARDARE UN CHICK FLICK. Vale a dire, un filmetto leggero, al limite dello stupido, che non si faccia veicolo di alcun valore oltre “L’uomo dell’amica è sacro” o “Prendere in giro una racchia non sta bene”.
E quindi, che me ne faccio io di “Le donne vere hanno le curve”? Un film che vorrebbe farmi credere NON alla bellezza interiore. Di più. Un film che vorrebbe farmi credere che io donna sto bene con me stessa, mi piaccio, in versione cotechino.
Vi prego.
Dai.
Può anche essere vero – io non lo credo, ma sono opinioni – che la bellezza stia nell’occhio di chi guarda. Ma l’occhio di una donna che guarda sé stessa, fidatevi, è iniettato di sangue. Nessuno altro potrà mai offendere l’aspetto fisico di una donna più e meglio di quanto lo faccia la sua stessa psiche. Dire a una donna di accettarsi così com’è è come dire a uno Spartano di invocare pietà in battaglia. Noi non ci arrendiamo. Mai. La 38/40 è l’obiettivo a cui immoliamo la nostra vita quotidiana.
Poi oh, non mi credete? Guardate qua e ditemi se queste donne possono onestamente dire di amare il proprio corpo.


Ma anche:


E per non farci mancare niente:


Al di là del cast improntato al sex appeal, “Le donne vere hanno le curve” ci offre anche una trama originale: Cenerentola, versione messicana. Ana – la grassona più giovane – vuole andare al college, essere una donna indipendente e uscire con i ragazzi. Ma si scontra con una mamma vecchio stile, che non pensa ad accrescere la cultura della figlia quanto a diminuirne il livello di colesterolo. Anche qua: trovatemela, nella vita reale, una mamma che si preoccupa della tua linea anziché rimpinzarti come un tacchino farcito, negando l’evidenza dei tuoi 50epassa chili. E Ana che fa? Anziché ringraziare Dio per una madre così saggia, le urla contro e si ribella a suon di “Mi trovo bellissima così”.
E niente, questo è il film. Ana litiga un po’ con ogni membro della famiglia e alla fine al college ci va. Manco a dirlo, grassa come prima.
Insomma, se anche voi siete attualmente vestali dell’Ipocalorico, ‘sto film vi farà prudere le mani per 90 minuti. Fatemi sapere come va, io oltre non riesco a commentare. Probabilmente a causa di un calo di zuccheri.

mercoledì 1 agosto 2012

L’Ape Regina e il Bacarozzo. Mean Girls.

Non so se ve ne siete mai accorti, ma nel breve lasso di tempo intercorso tra l’infanzia e la tossicodipendenza Lindsay Lohan in effetti ha fatto qualcosa di buono. Cosa, direte voi. Mean Girls, vi risponderò io.
Ricordatevi sempre che il buono e il cattivo sono concetti relativi.
Mean Girls, dicevamo. Già il titolo lascia intuire dove si andrà a parare: la Lohan è una liceale disadattata che si trova a dover affrontare un gruppetto di compagne di scuola, particolarmente stronze. Stronze come si può essere solo sotto i 20 anni, ovvero stronze in modo del tutto gratuito. Parliamo di ragazze che come passatempo distruggono l’autostima del prossimo, in un’età in cui già l’essere in possesso di un’autostima vi farebbe farfugliare “Il mio tessoro…”.
Ma io non sono qui per prendere le difese della Lohan. Io sono qui per celebrare l’apologia del bullismo femminile. Incarnato dalla bionda figura di Regina George: l’ape regina, la Barbie che i vostri genitori non vi hanno mai comprato, il Male fatto adolescente. Fuor di finzione, la Rachel McAdams che ruba completamente la scena all’insulsa Lindsay.
Perché apologia? Non nascondiamoci dietro a un dito, di fucsia o nero smaltato. Il presupposto “Tutte, alle superiori, abbiamo dovuto subire una Regina George” è solo una mezza verità. La verità intera? Eccola: “Tutte, alle superiori, siamo state la Regina George di qualcun'altra”. E abbiamo fatto benissimo, eh.
Perché le adolescenti americane sono mollaccione come il burro d’arachidi che ingurgitano a chili, e reagiscono alle prime pressioni sociali con autolesionismo, fanatismo religioso e stragi scolastiche. Ma le adolescenti italiane – le ex noi – no. Altra tempra, proprio. A quelle al massimo puoi provocare una lacrimuccia, ma solo dopo una lunga serie di insulti creativi. Per le ragazzine nostrane, la Regina George di turno è una manna dal cielo. È lei che ti fa scattare il vado in palestra/vado dal dermatologo/vado a rifarmi ‘sto guardaroba, va.
In sostanza, Regina George è la carnefice che ti salva da te stessa.
E quindi poco importa se si mette proprio col ragazzo che piace a Lindsay-Cady, se la definisce “aborto della giungla”, se le mette contro tutte le altre Plastics: dopo l’incontro con Regina, Cady inizia a vestirsi come Dio comanda. E basta, win.
La morale di Mean Girls, secondo Mean Girls: Dire che uno è grasso non ti fa dimagrire, dire che uno è scemo non ti rende più intelligente.
La morale di Mean Girls, secondo una vera Mean Girl: Dopo dieci anni, le ferite dell’adolescenza scompaiono. E se hai avuto la fortuna di scontrarti con un branco di stronze, sono scomparsi anche baffi, monociglia e abiti in fibra sintetica.

martedì 3 luglio 2012

Meglio bella fuori. Ovvero, Come tu mi vuoi.


Interno notte. Al centro della stanza, un tavolo con un posacenere pieno di mozziconi. Attorno, due uomini e una donna discutono veementemente. “Dobbiamo far comprare alle donne più cosmetici!” “Il signor Factor ha ragione! Infiliamo dei campioncini nelle confezioni di detersivo per pavimenti, così prima tirano a lucido casa, e poi sé stesse!” “Bravo signor Revlon! Sono d’accordo. Potremmo anche venderli vicino alla macelleria, e dir loro che i mariti avranno voglia di un altro tipo di carne, se si truccano per bene!” “IDIOTI!” “Ma signora Rubinstein…” “Vi dico io che facciamo. Chiamiamo a Hollywood, e gli diciamo di fare un film dove una brutta diventa bella e conquista amore e successo. E facciamo credere a tutte che è merito dei trucchi.” “Ma lei è un genio!” “E voi brillanti come un’eclissi totale”.

Questa è una delle spiegazioni che io mi sono data sulla nascita dei film prima & dopo. E “Come tu mi vuoi” questo è. Tra l’altro, è uno di quelli da vedere assolutamente. Giada, la protagonista, anche a detta della sua migliore amica, una bella burinotta in sovrappesso, fa “’na vita demmerda”. Studia e basta, e come se non bastasse studia pure Scienze della Comunicazione a Roma (non dovrei sputare nel piatto in cui ho mangiato). È una cozza, così la definisce Loris, amico del protagonista, non ha un fidanzato, e non c’ha una lira per cacciasse un occhio. Riccardo invece, interpretato da Vaporidis (piccola parentesi: ma come fa Vaporidis a essere credibile come figo? No, davvero, chi era il responsabile casting, Stevie Wonder?), dicevamo, Riccardo è, come dire, un coglione: esce ogni sera, scopa e non studia. Ah, e non dà gli esami, ma finge di darli e si fa sgamare dal padre, che è anche colui che gli passa la paghetta. Ve l’ho detto, un coglione. Il padre si incazza, e lo minaccia di non mandarlo a Ibiza in vacanza se non passa economia politica (ah Ricca’, comunque a Ibiza si va per l’apertura, non dopo come un qualsiasi diciottenne).
Giada invece ha bisogno di soldi, perché i suoi non riescono più a mantenerla fuori sede, così si mette a dare ripetizioni.
Lo so che ci siete arrivati. Comunque, le ripetizioni costano, e Riccardo decide di pagare ricorrendo al mestiere più vecchio del mondo, che se sei maschio si dice con un nome francese carino carino, se sei femmina si dice mignotta. Giada ci resta sotto. In più di un senso, visto che Riccardo continua a trombarla, ma di presentarla ai suoi amici non se ne parla. Giada decide di cambiare, e Fiamma, amica di Riccardo, la aiuta (Giulia Steigerwalt, ossia Fiamma, è il vero miracolo: guardate una sua foto ai tempi di “Come te nessuno mai”, e poi venitemi a dire che il prima & dopo non esiste nella realtà). Volete sapere come diventa Giada? “Ma chi, qua’a topa atomica?”, come sintetizza Loris ricorrendo al complimento più insultante, o all’insulto più lusinghiero, che io abbia mai sentito. Chè alla fine quello noi esseri umani siamo, animali, ma tutto dipende dalla specie con cui vieni catalogato. Ça va sans dire, Giada-topa ottiene molte più cose di Giada-cozza.
Già vi vedo indignati “Ehi ma questo film passa il messaggio retrogrado che una donna ha bisogno della bellezza per farsi strada nella vita!”. Ok. Mentre voi tornate a sorseggiare i vostri cocktail a base di ciclo mensile discutendo di Germaine Greer, io e il resto del mondo torniamo nella nostra dimensione, fatta di realtà e sogno, di necessario e superfluo, di pane e rose. Pane poco però, che i carboidrati ingrassano.

martedì 26 giugno 2012

Da "cozza" a "cazzo!"



Che il liceo sia quel lasso di tempo scandito da una serie infinita di traumi lo sappiamo, oltre che dai film americani, perché ci siamo passati tutti. Il mio primo giorno di ginnasio mi scambiarono per un maschio. Va detto che all’epoca ero un incrocio tra E.T. e Valderrama, con altezza, fisico e felpe del primo, e capelli del secondo.
Poi per fortuna a noi ragazze accade l’adolescenza, che fa quello che la tettonica a zolle fece alla Pangea, ossia separa le tette dalla pancia e il culo dalle ginocchia, e a quel punto forse la vita non ci sorride, ma se non altro non ci guarda imbarazzata dal suo armadietto vicino all’aula di chimica. Perché siamo diventate sdraiabili. E quella scossetta che si sente quando ti accorgi di essere diventata figa e di piacere a qualcuno è la droga più potente del pianeta. Che gli sceneggiatori hanno sapientemente sintetizzato nei chick flick “Prima & Dopo”. La base è immutabile: la protagonista racchia diventa bella, e da lì prendono il via una serie di eventi.
Dite che è banale e semplicistico? Ma perché io devo iniziare la giornata insultandovi? È aspirazionale. A me il prima & dopo mi riempie di speranza. Mi fa credere che un giorno risolveremo il problema della fame nel mondo e che inventeremo il teletrasporto. Ogni volta che vedo “Il diavolo veste Prada”, quando la macchina da presa inquadra Andy, la protagonista, dalla punta dei meravigliosi stivali a quella frangetta perfettamente tagliata, io arrivo a pensare addirittura che magari – magari – un giorno per un abito di Miu Miu non sarà necessaria un’ipoteca.
Dite che non è credibile perché quella che in tempo-donna è una trasformazione di anni, in tempo-CF va dall’oggi al domani? Ok. Quindi? Non sarebbe la figata della vita andare a dormire roito e svegliarsi topa semplicemente facendo una ceretta, due maschere al viso e mettendo le lenti a contatto? Non succede nella realtà, me lo volete togliere pure dai CF? Ma tu guarda questi, oh.
Dite che il prima & dopo non è un vero cambiamento perché le protagoniste non sono mai delle brutte vere? Sì, qui avete un po’ ragione. Sono sempre delle fighe in incognito, delle Carmen Sandiego della bellezza, che ti portano a dubitare fortissimamente delle capacità professionali dell’oculista del protagonista. Però la produzione di un film dura qualche settimana, non 5 anni, suvvia.
Dite che sono sempre magre? Ovvio. I denti storti si curano. Il culo grosso no, sennò sarebbero dei “prima & dopo Lourdes”.
Ora però vi dico io qualcosa:

-“Il diavolo veste Prada”, che se esistesse una Walk of Fame dei prima & dopo, avrebbe la stella più grande. Quei vestiti. Mado’ quei vestiti. E quella sequenza iniziale meriterebbe l’oscar da sola.
-“Come tu mi vuoi”, una gemma italica, ambientata niente popò di meno che nella facoltà di Scienze della Comunicazione, permettendo quindi la più diffusa identificazione nella protagonista che si sia mai avuta dalla nascita del cinema ai giorni nostri.
-“Kiss me”, anche se lei a parer mio è figa pure nel prima. Qui siamo in un liceo, con un prom (il ballo di fine anno scolastico) di mezzo. Lo state già scaricando, vero?
-“L’uomo perfetto”, sempre dall’Italia e ambientato nel mondo delle agenzie di pubblicità. Qui la metamorfosi è maschile, ed è Scamarcio. Lo state già scaricando, vero?
-“Carrie lo sguardo di Satana”, l’altra faccia del prom. Sì, lo so, è un horror. Qualcosa da ridire?
-“Sabrina”. E Billy Wilder sarebbe fiero di essere in questo elenco.
-“Giù le mani da mia figlia”, che incarna l’incubo di ogni padre, ossia ritrovarsi una figlia figa, sapendo in prima persona fino a che punto può spingersi un maschio pur di fare sesso.

Questi sono un’ottima base. E ora scusatemi, la mia maschera al miele mi sta aspettando.

giovedì 14 giugno 2012

E figuriamoci se li odiava. The Loved Ones.


“The loved ones” è la perfezione! Lola Stone, io ti amo! Oscar, Oscar!
Ah, vi paiono commenti troppo emotivi? Peccato: we can' hear youuu! (Per capire la citazione dovete aver visto il film. E se non l'avete ancora fatto, vi guardo dall'alto in basso. E farvi guardare dall'alto in basso da una che non arriva ai 160 centimetri è umiliante, eh. Poi fate vobis.)
Si, insomma: a me quest'horror made in Australia è piaciuto parecchio. Perché mentre ridi, ti copri gli occhi per non vedere cervelli perforati. E alla fine non sai da che parte stare, o meglio: ti identifichi alternativamente con tutti i personaggi. Parteggi per la povera Lola, che in quanto bruttina - e matta come un cavallo - viene respinta dal ragazzo dei suoi sogni, e anziché chiudersi in camera a piangere e lamentarsi sul suo blog decide di rapire il suo bello e torturarlo a morte. Parteggi per il padre di Lola, suo complice nel massacro poiché segretamente innamorato della figlia - e si, poiché matto come un cavallo anche lui. E parteggi anche per il povero disgraziato che si rifiuta di portare Lola al ballo e viene per questo punito con una trapanata in fronte.
"The loved ones" non fa certo il timido con lo spettatore: mette in bella mostra tutto, dal rapporto perverso tra padre e figlia al sangue adolescenziale versato a fiotti. E' un film che mi assumo la responsabilità di definire onesto. Perché suvvia, Lola mette semplicemente in pratica ciò che ogni ragazzetta ha sognato di fare: trovarsi tete-a-tete con Mr Liceo e avere il coltello dalla parte del manico. Più o meno letteralmente.
Unico effetto collaterale: da oggi in poi ogni volta che ascolterete questo pezzo innocente, non potrete fare a meno di guardare con sospetto la prima cozza che vi passa accanto.

La verità è che non gli prende il telefono. O che magari ha finito il credito. O forse è andato a trovare sua nonna.


Se Dante fosse stato una donna, probabilmente nel mezzo del cammin della sua vita si sarebbe ritrovato in un bar pieno di maschi inadatti: il non richiamatore, il ventilatore (che è l’equivalente maschile della profumiera: te lo sventola davanti come le pale di un ventilatore, e come il ventilatore, se hai caldo è perfettamente inutile), il puttanello, il dittatore… eccolo l’inferno di una donna. In più Gigi, la protagonista interpretata da Ginnifer Goodwin, oltre alla difficoltà conclamata dalle statistiche di trovare un uomo decente quando sei intorno ai 30 (perché mica parlo per esperienza personale io, no no) ci mette del suo: uno le dice “ci sentiamo” e lei gli corre appresso per sapere chi dei due deve farsi sentire; guarda un uomo con gli occhi del bisogno, e quando si parla di bisogni a un uomo interessano solo le parole crociate; chiama invece di farsi chiamare. Insieme a lei, Jennifer Aniston che sta con Ben Affleck da 7 anni, che la ama ma non vuole sposarsi, e Jennifer Connelly sposata con Bradley Cooper.
Ora, Bradley Cooper è la prova vivente che Lombroso aveva ragione. Tu non puoi stare con uno con quella faccia e pensare che ti vada di culo. Non perché non sia capace di amare, anzi: è capace di amare l’intera popolazione femminile mondiale, poli inclusi. Bradley interpreta lo stronzo che si è sposato perché si sentiva in dovere. Solida base per un matrimonio. Soprattutto quando c’è in giro Scarlett Johansson, altra prova dell’esattezza della teoria lombrosiana, che se c’hai la faccia da zoccola, probabilmente pure il resto lo è (e comunque Scarlett ha la cellulite, tiè). Tra l’altro, Bradley caro, preferire Scarlett a Jennifer Connelly è come mettersi il vestituccio di Zara per andare al Gran Galà, quando nell’armadio hai uno Chanel.
Comunque, le nostre tre amiche si barcamenano tra le loro relazioni dandosi consigli e dissezionando ogni comportamento maschile con la precisione di un ricercatore del Cern. Un particolare del film che ho apprezzato è che ad aggiungersi al coro di consigliori non c’è solo il solito amico gay, ma un amico etero. Barista. Categoria che insieme ai camerieri io amo supremamente. Gigi analizza i suoi incontri come un antropologo culturale fa con una tribù di agricoltori del Malebo. Alex, il barista, glieli smonta con la grazia con cui i fratelli ti distruggono le barbie. Perché i giri che il nostro cervello fa per capire certi comportamenti maschili, per un uomo sono totalmente insensati. Ragazze, noi scriviamo a “Cioè”! Ma voi ve lo immaginate vostro fratello che scrive “Caro signor Cioè, ho appoggiato i miei jeans sulla sedia dove il giorno prima l’amica di mia sorella si era seduta mentre facevano la versione di greco. Ho perso la verginità?”.
Dicevamo. Due ore piacevoli . Perché è divertente, perché ognuna di loro arriva alla soluzione più giusta, perché dà speranza, perché si versano quelle due lacrimine che aiutano sempre. Ma soprattutto, perché vedrete un confronto tra uomini e donne che non preveda la sintonizzazione su un programma di Maria De Filippi. E scusate se è poco.

venerdì 8 giugno 2012

"L'inferno è una ragazza adolescente".



Mettiamola così: se il genere horror stuprasse la chick flick; se questa violenza portasse a una gravidanza; se la chick flick fumasse crack per l’intera gestazione, ciò che alla fine vedrebbe la luce sarebbe “Jennifer’s body”. 102 minuti di schizofrenico mash-up tra satanismo, doppie punte, corpi seviziati e jeans a vita bassa. Il tutto firmato da Diablo Cody. 
Ma dimenticatevi il buonismo indie che grondava da ogni scena di “Juno”.  I teenager di “Jennifer’s body” soffrono e fanno soffrire, si odiano anche quando si amano e soprattutto si ammazzano senza farsi tanti problemi. E poi al posto della faccetta irritante di Ellen Page ci sono le tette di Megan Fox, vogliamo mettere.
Insomma, posso dirlo? Diciamolo: questo film è un piccolo capolavoro di ironia noir. Ma vediamo perché.
1) Il titolo, signori. Citazione musicale di alto livello, pressoché gratuita. Viene da chiedersi se sia nato prima il titolo o la sceneggiatura, ma ci interessa? No. E sul finale naturalmente arrivano le Hole. Avete mai assistito a una carneficina sulle note di “Violet”? E’ un’esperienza catartica, vi assicuro.
2) L’evento scatenante. Ovvero: dato un gruppetto di liceali di provincia, con tutti i loro scazzi, invidie e gelosie, cosa interviene a distinguere questo film da una qualsiasi puntata di Dawson’s Creek? Un sacrificio umano. Un sacrificio umano a Satana. Un sacrificio umano a Satana, per mano di una band indie in cerca di fama. E potremmo concludere qui. Memorabile la scena in cui Adam Brody sprona alla violenza gli altri membri della band a suon di “Vuoi restare uno sfigato in eterno, o vuoi diventare ricco e famoso come quelli dei Maroon 5?”.
E infatti li convince: Jennifer-Megan viene pugnalata a morte, salvo risorgere subito dopo e insomma poi i dettagli scopriteli da soli.
3) Potrei riassumere quest’ultimo punto in “La scena lesbo tra Megan Fox e Amanda Seyfried”, ma sarebbe un po’ riduttivo. È proprio nel rapporto tra le due protagoniste che questo film fa bella mostra di tutta la sua chick flicktudine. La bella e la bruttina, amiche e rivali da sempre: naturalmente alla fine emergerà che è proprio la bomba sexy la più fragile e infelice. E d’altra parte, vorrei vedere: è lei che si becca il pugnale in petto, eh.
Per finire, una postilla: fin qui abbiamo scherzato, ma c’è anche una motivazione seria per guardare e riguardare questo film. E probabilmente la troverete segnalata anche nel Mereghetti: Adam Brody in versione rockstar maledetta è proprio un figo pazzesco.